Julian Assange vicino al verdetto sull’estradizione negli Usa

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Oggi e domani mobilitazione per il protagonista del caso Wikileaks. “Riguarda il futuro di tutti
noi”, dice Stella Morris Assange moglie di Julian, che in America rischia l’ergastolo. “Chi denuncia i
crimini degli stati è in prigione, per chi li ha commessi c’è l’impunità”

Il 20 e il 21 febbraio, cioè oggi e domani, sono giornate decisive per Julian Assange: la Corte Suprema britannica deciderà se accettare o rigettare l’appello della difesa del fondatore di Wikileaks contro l’estradizione negli Stati Uniti, dove rischia di rimanere in carcere a vita, condannato come spia.
In tutto il mondo i gruppi di attivisti per la sua liberazione organizzano manifestazioni di protesta. In Italia l’appuntamento è oggi pomeriggio, alle 17, di fronte all’ambasciata inglese a Roma e ai consolati inglesi sul territorio (a Milano in Piazzetta Liberty).

Le manifestazioni a Londra davanti alla Royal Courts of Justice (foto LaPresse)

“Invece che essere premiato come giornalista impegnato a svelare stragi e pressioni indebite, Julian Assange potrebbe essere condannato come spia”, protesta Stella Morris Assange, avvocata e sua moglie, una combattente impegnata per il diritto alla libertà di informare e per la libertà di suo marito.
“Stiamo lottando, ma è una situazione molto complicata”, dice nell’intervista che pubblichiamo qui di seguito, realizzata da Andrea Carcuro della Fondazione Diritti Umani e da i giornalisti di ‘Scomodo’, un giornale realizzato da universitari.
Intervista che inizia chiedendo a Stella “Cosa possiamo fare per la causa?”. “C’è tanto da fare” risponde Stella Morris Assange. “Questo caso è anche un modo per capire il vero stato dei nostri diritti. Per esempio ciò che accade durante una guerra, non solo sapere di tutte le vittime indifese spazzate via, ma anche di quanti crimini siano ancora nascosti. C’è impunità e chi pubblica le notizie su questi crimini è in prigione. La vicenda di Wikileaks riguarda anche il nostro futuro. Questo caso non coinvolge solo Julian. Se lui viene sconfitto, se il governo degli Stati Uniti la passa liscia, noi tutti siamo sconfitti. Proprio perché Julian ha sempre sostenuto e praticato la libertà di stampa, il diritto di denunciare i crimini commessi dagli Stati, il diritto di ritenere responsabili i potenti. E invece per loro c’è impunità e lui è in carcere. Questa vicenda riguarda tutti noi e c’è bisogno che l’opinione pubblica lo capisca. Abbiamo bisogno di tutti in Europa, di tutti in Italia, consapevoli su cosa significa questa battaglia per liberare un uomo innocente e difendere anche i nostri diritti”.
Wikileaks ha pubblicato molto materiale su “operazioni sporche” commesse durante le guerre, ha denunciato pressioni indebite su governi, le opacità del potere. Un lavoro che in condizioni normali varrebbe il Pulitzer, invece il premio per Julian Assange è la prigione a vita. Assange riteneva una di queste informazioni particolarmente esecrabile?
“Probabilmente il video del ‘Collateral Murder’ che è anche la pubblicazione più conosciuta di WikiLeaks. Perché mostra un caso molto chiaro di militari statunitensi che commettono un crimine di guerra. Successivamente quelle informazioni sono state soppresse dallo stesso Pentagono. Le due vittime erano giornalisti di Reuters, uccisi a sangue freddo da un elicottero a Baghdad (nel 2007 n.d.r.). L’agenzia Reuters  ha cercato di accedere a questo video ma il governo degli Stati Uniti lo ha negato. Solo anni dopo Chelsea Manning, la soldatessa che aveva rivelato l’esistenza del video ne aveva avuto accesso e l’aveva poi passato a WikiLeaks. La cosa più impressionante è che lo spettatore è costretto ad avere la stessa prospettiva degli assassini. È molto scioccante perché stai vedendo le vittime attraverso il mirino dell’elicottero. Si vedono queste persone indifese e morenti a cui sparano ancora, ancora e ancora. I soldati sembra stiano dentro un videogioco”.

Stella Assange (foto LaPresse)

Julian Assange è una persona che attira anche critiche. In Italia si è animato un dibattito in cui c’è chi lo accusa di non essere un giornalista perché Wikileaks si limita a usare informazioni riservate.
In realtà chi ha lavorato con lui sa che c’è stato un lavoro di ricerca, analisi, validazione dei “leaks”. E in ogni caso la decisione dell’Ordine dei Giornalisti e della Federazione Nazionale della Stampa di fornire a Assange una tessera ad honorem ha chiarito cosa ne pensano i rappresentanti della categoria dei giornalisti. Ma qualcuno storce comunque il naso. E a Stella Morris non va proprio giù.
“L’unica domanda pertinente sarebbe: le informazioni raccolte sono vere e importanti? E la risposta è sì. I governi di qualsiasi Paese possono secretare le informazioni, possono cercare di imprigionare le persone che fanno il loro lavoro rivelando le informazioni rilevanti per l’opinione pubblica. Questa discussione sul fatto che Julian sia o meno un giornalista è puramente strumentale. Perché da una parte ci sono coloro che hanno messo Julian in carcere e dall’altra quelli che sostengono la libertà di stampa. Io vedo pochissime persone che sostengono la detenzione di Julian o la sua estradizione. E chi vorrebbe Julian in prigione, guarda caso, è gente come Pompeo (ex capo della CIA n.d.r.) e altri che sono implicati nei crimini che Wikileaks ha reso noti”.