Assange, la corte inglese prende tempo. Verdetto atteso nei prossimi giorni

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“Ci riserviamo la nostra decisione”. Si è conclusa così, senza la pronuncia di un verdetto, la due giorni di udienza all’Alta Corte di Londra con l’udienza sull’appello finale della difesa di Julian Assange, giornalista australiano e cofondatore di WikiLeaks, sulla sua contestatissima procedura di estradizione dal Regno Unito negli Usa.
Secondo le attese il verdetto sarà questione di alcuni giorni, ma i due giudici non hanno dato indicazioni precise in merito, riservandosi il tempo necessario per riflettere sulle argomentazioni contrapposte delle parti.

Le manifestazioni a Londra davanti alla Royal Court of Justice (foto LaPresse)

Botta e risposta tra le parti

L’udienza, spiega Ansa, è stata segnata da un fitto botta e risposta tra i legali dell’attivista australiano, Edward Fitzgerald e Mark Summers, e quella incaricata di rappresentare le autorità Usa, Clair Dobbin.
In particolare sull’accusa rivolta agli Stati Uniti da parte della difesa di voler processare il giornalista per una questione meramente politica.
Dobbin ha respinto quanto affermato dagli avvocati di Assange sostenendo che l’azione legale americana si basa “sullo stato di diritto e sulle prove”, riguardanti fra l’altro l’attività del giornalista nel reclutare altri hacker e spingere gli informatori come Chelsea Manning a rivelare dati riservati.
In risposta, Fitzgerald e Summers, oltre ad opporsi alle argomentazioni avanzate dalla parte statunitense, hanno fatto riferimento al presunto complotto da parte Usa per uccidere o rapire il fondatore di WikiLeaks emerso sui media negli anni scorsi.

Il sostegno ad Assange

Sull’esito dell’udienza Stella Assange ha mostrato comunque di non farsi troppe illusioni, rivolgendosi alle centinaia di dimostranti – inclusa una delegazione italiana del Movimento 5 Stelle – che anche si sono radunati a Londra sotto le insegne della campagna ‘FreeAssange’. Avvocata sudafricana specialista nei diritti umani, ha invitato a continuare a protestare “finché Julian sarà libero”. Anche per “dimostrare ai giudici che il mondo li guarda” e ammonirli che il trasferimento in America è di fatto una questione “di vita o di morte” per il marito: non molto diversamente, nelle sue parole, da quanto appena capitato nella Russia di Vladimir Putin ad Alexei Navalny.
Toni fatti propri fra gli altri da testate e organizzazioni giornalistiche come Reporter Senza Frontiere, da Amnesty International, da esperti dell’Onu e dall’attuale governo laburista di Canberra di Anthony Albanese.