Allevamento intensivo di polli in Italia (Foto Ansa)

Non passerà, ma fa discutere: una proposta di legge contro gli allevamenti intensivi

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Presentato alla Camera un Pdl messo a punto da Greenpeace Italia, ISDE – Medici per l’ambiente, Lipu, Terra! e WWF Italia. Sostegno da deputati di Noi Moderati, Alleanza Verdi Sinistra, Partito Democratico e Movimento 5 Stelle

Un piano di riconversione del sistema zootecnico italiano, finanziato da un fondo per incoraggiare la transizione verso un modello diverso da quello degli allevamenti intensivi. Anche attraverso una moratoria immediata all’apertura dei maxi-allevamenti di questo tipo e all’aumento del numero di capi allevati in quelli già esistenti, specie nelle zone che già subiscono le conseguenze ambientali e sanitarie di un eccessivo carico zootecnico. Sono queste le proposte contenute in un disegno di legge illustrato alla Camera da Greenpeace Italia, ISDE – Medici per l’ambiente, Lipu, Terra! e WWF Italia, con la partecipazione di parlamentari di Noi Moderati (Michela Brambilla), Alleanza Verdi Sinistra (Eleonora Evi), Partito Democratico (Chiara Gribaudo e Andrea Orlando) e Movimento 5 Stelle (Carmen Di Lauro).

Un modello, quello degli allevamenti intensivi, che pesa in modo significativo su ambiente, clima e salute. Gli allevamenti intensivi in Italia interessano 700 milioni di capi l’anno, animali concentrati in immensi capannoni con pochissimo spazio a disposizione, in condizioni estreme concepite per ottenere la crescita più veloce dei capi e la massima resa, per ottenere i massimi ricavi senza stare troppo a guardare il punto di vista del benessere animale e della qualità del prodotto. In Europa due terzi dei cereali commercializzati diventano mangime, anziché essere destinati all’alimentazione umana, e circa il 70% dei terreni agricoli europei è destinato all’alimentazione animale, principalmente a coltivazioni come il mais, che richiede grandi volumi di acqua e quindi aggrava la scarsità idrica. Ancora, il sistema zootecnico è responsabile di oltre due terzi delle emissioni italiane di ammoniaca e ha conseguenze dirette sulla salute umana, specie per quanto concerne le emissioni di polveri sottili.

I proponenti puntano a cambiare questa situazione e riequilibrare lo squilibrio – che si vede benissimo anche dal punto di vista dei sussidi percepiti dall’Unione Europea, soltanto per il 20 per cento destinati alle piccole aziende agricole, che non adottano i metodi intensivi – tra grandi produttori agroindustriali e piccole aziende, che spariscono a ritmo accelerato: tra 2004 e 2016 hanno chiuso i battenti in 320 mila piccole aziende (-38%), mentre quelle grandi e molto grandi sono cresciute del 23 e 21%. . Una transizione (bisogna però dirlo esplicitamente) che per forza di cose richiede una riduzione dei consumi di carne e di prodotti di origine animale.

“La nostra proposta si rivolge ai soggetti istituzionali, economici e sociali, affinché tutte le parti siano impegnate per garantire la piena tutela dell’ambiente, della salute pubblica e dei lavoratori”, dichiarano le associazioni. “Si tratta di una normativa che offre agli allevatori, soprattutto ai più piccoli, costretti a produrre sempre di più con margini di guadagno sempre più bassi, una via d’uscita che tuteli il nostro futuro e quello del pianeta. Proponiamo un piano nazionale basato su un adeguato sostegno pubblico per la riconversione in chiave agro-ecologica degli allevamenti intensivi”.