Acquacoltura intensiva in Europa

In un film-denuncia gli eccessi dell’acquacoltura

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Oltre agli allevamenti intensivi di maiali, polli e vitelli, anche l’industria del pesce incide in maniera significativa sulla sostenibilità ambientale, sulla sicurezza alimentare e sullo sfruttamento delle risorse, inquinando paradisi naturali e distruggendo piccole economie locali in varie parti del mondo. Di questo tratta il film-denuncia “Until the End of the World”, del regista e giornalista Francesco De Augustinis, presentato al MAXXI – Museo nazionale delle arti del XXI secolo di Roma. Un comparto che, secondo gli autori dell’evento, metterebbe a rischio sostenibilità ambientale, sicurezza alimentare e sfruttamento delle risorse, “andando ad inquinare paradisi naturali e distruggendo piccole economie locali in varie parti del mondo”.

Tre anni di lavoro ij giro per il mondo, per realizzare un vero e proprio viaggio che racconta la crescita rapidissima degli allevamenti di salmoni, spigole, orate, gamberi, trote e tonni, in diverse regioni del mondo. Basti pensare che nel 2021 la produzione del pesce allevato ha superato quello della pesca “tradizionale”. Numeri esatti, quando si parla di pesci, sono praticamente impossibili, ma secondo alcune stime nel mondo sono allevati tra i 40 e i 120 miliardi di pesci, per una produzione annuale di circa 122,6 milioni di tonnellate. Sotto la lente del regista l’acquacoltura intensiva, considerata la nuova frontiera per contrastare l’insicurezza alimentare, significativa anche in termini di profitto. È, infatti, il risultato di una precisa strategia delle Nazioni Unite per aumentare la produzione globale di cibo con un maggiore ricorso alle risorse marine, attirando di conseguenze enormi investimenti. 

Una crescita che, come il film mostra, ha però molti effetti collaterali. Partendo dagli allevamenti di spigole e orate nel Mediterraneo, in Italia, Grecia e Spagna, il documentario “mostra l’inquinamento di paradisi naturali, la distruzione di piccole economie locali e la paradossale concorrenza di questa industria con i mezzi di sostentamento di intere comunità, anche in aree vulnerabili del Pianeta”, riferiscono gli autori. E il quadro che emerge, sottolineano “ricorda una certa forma di ‘colonialismo’, con un’industria che dipende dalla cattura di risorse naturali, che siano porzioni di mare da trasformare in aree produttive o enormi quantità di pesci da trasformare in mangimi”.

L’idea del documentario è anche quella di raccontare e mettere in collegamento le vicende di diverse comunità che in diverse parti del mondo stanno combattendo contro l’espandersi degli allevamenti di pesce” racconta De Augustinis. “Dall’Italia, alla Grecia, dalla Spagna al Senegal, fino alle acque un tempo incontaminate della Patagonia cilena, il film racconta un perenne conflitto per le risorse legato al crescere smisurato di questa industria”