Tuteliamo l’influencer apostolo del digitale

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I content creator chiedono al Parlamento un codice di regolamentazione per essere tutelati, perché siano “riconosciuti i diritti, i doveri” e siano evidenziate le implicazioni etiche. Una sfida anche per il mondo del lavoro

LOBBY D’AUTORE – Prima Comunicazione, Dicembre 2023

Si chiama creator economy, coinvolge 350mila professionisti in Italia e vanta un giro d’affari potenziale di 2,55 miliardi di euro. È la nuova economia degli influencers. Troppo spesso catalogati come mero fenomeno di costume, talvolta disprezzati perché secondo la vox populi il loro lavoro “possono farlo tutti”, i content creator (come amano definirsi) in Italia hanno deciso di dotarsi di una voce collettiva e di una rappresentanza di categoria.

Dopo aver costituito l’Associazione italiana content & digital creators, il 6 dicembre scorso hanno convocato pubblicamente a Roma leader politici, accademici, protagonisti del mondo digital – era presente il ministro dei Trasporti e vice premier Matteo Salvini – per “chiedere al Parlamento e al governo una proposta di legge per l’approvazione di un codice di regolamentazione e tutela di un settore completamente nuovo”, come ha spiegato aprendo l’iniziativa la presidente Sara Zanotelli, che ha annunciato la presentazione di una proposta dell’associazione in tal senso.

Colpisce il fatto che i content creator non si limitino a chiedere, come mille altre categorie quotidianamente fanno: con approccio innovativo e “responsabile” chiedono alle istituzioni che siano riconosciuti “i diritti ma anche i doveri e le implicazioni etiche” del loro lavoro. Doveri e implicazioni etiche che sono oggetto di discussioni e preoccupazioni quotidiane nelle famiglie, visto che secondo alcuni sondaggi addirittura il 57% degli italiani dichiara di farsi consigliare da un influencer quando deve acquistare un prodotto e che secondo le analisi del Moige 1 ragazzo su 3 in Italia dichiara di aver subito “prepotenze” online.

Sulla questione etica si gioca, a mio avviso, la vera partita di questa particolare associazione. Tanto più avranno ‘titolo’ e forza nel chiedere che siano riconosciuti i loro diritti, a partire dalla creazione di una previdenza ad hoc, quanto più gli influencer e i loro rappresentanti riusciranno a rendere evidente un nuovo ruolo ‘sociale’. Come alfieri del rispetto della legalità e della tutela dei minori, anzitutto, in un settore che ha un tremendo bisogno di modelli positivi da mostrare a ragazzi ed adolescenti.

Ma c’è un’altra (importantissima) sfida collettiva da affrontare per i content creator, che nasce dalla rivoluzione in corso nel mercato del lavoro e dall’avvento dell’intelligenza artificiale. Già nel 2022, secondo i dati di Unioncamere e Anpal, in ben 6 assunzioni su 10 sono state richieste competenze digitali (almeno) di base. Il trend è in ulteriore e rapida crescita: ciò vuol dire che l’arrivo nei prossimi anni del machine learning rischierà di tagliare fuori radicalmente dal mercato del lavoro gli under 40 che non siano dotati di competenze digitali, e non più solo di base. Ma di questa ‘emergenza digitale’ c’è adeguata consapevolezza da parte dei giovani italiani e delle loro famiglie?

Temo non ci sia neanche da parte delle istituzioni e della politica, con la lodevolissima eccezione dell’indagine conoscitiva sul rapporto tra intelligenza artificiale e lavoro promossa dal presidente della commissione Lavoro della Camera Walter Rizzetto. Sarebbe necessario progettare oggi, per metterlo a terra nei prossimi anni, un piano di digitalizzazione di massa dei ragazzi delle scuole medie superiori. Ma ad oggi non ve n’è traccia. Perché allora non immaginare che i content creator, a livello individuale e come associazione, possano diventare gli ‘apostoli della digitalizzazione’ degli italiani?

(Nella foto Sara Zanotelli, presidente della Associazione italiana content & digital creators (Aicdc), ha annunciato la presentazione di una proposta per la tutela degli influencer)