pc (Photo by Sergey Zolkin on Unsplash)

Ministeriali fai-da-te: nel buco nero della PA digitale anche i dipendenti cercano aiuto in rete

Condividi

I risultati di una ricerca promossa da Flp sulla percezione della burocrazia pubblica tra web e social network ha rivelato aspetti sorprendenti

Che cosa fa un dipendente pubblico in rete? Cerca soluzioni ai suoi problemi di lavoro, va su siti specializzati e cerca informazioni, interpretazioni, punti di riferimento: in pratica si forma. E lo fa evidentemente da sé, visto che la nostra Pa non brilla nella cura e nella valorizzazione del suo personale. Diversa la musica sui social network. Qui è la patria delle lamentele dei cittadini-utenti che si scambiano esperienze, solitamente negative, si sfogano o cercano informazioni per risolvere i loro problemi con la burocrazia.

Che la Pubblica Amministrazione sia percepita come un problema dai cittadini e dalle imprese non è una notizia: basta fare, appunto, una ricerca in rete. Stavolta la ricerca in rete l’ha fatta la Flp, una delle maggiori sigle sindacali dei 3,2 milioni di dipendenti pubblici. Flp ha commissionato la ricerca a una società specializzata la Bigda, che ha analizzato nei primi mesi dell’anno come la Pubblica amministrazione è stata citata sul web. Utilizzando una piattaforma di data mining, Talkwalker, che comprende anche uno strumento di intelligenza artificiale, Ai Conversation Cluster, per analizzare i testi delle chat.
I risultati della ricerca sono stati presentati martedì scorso, 19 marzo, dalla Flp a Roma, in un incontro che si è tenuto a Palazzo Sturzo e che ha permesso di fare un ulteriore punto sullo stato di malessere del settore.
E soprattutto dei suoi dipendenti. Nei primi due mesi dell’anno 70 mila utenti unici hanno visitato 15 mila siti web e animato 310 mila conversazioni sui social network. Scandagliando questi contenuti è emersa questa singolare partizione del web tra siti e social, tra dipendenti pubblici e utenti. Si va sul web per cercare prima di tutto pareri legali, si fanno ricerche su temi come fatturazione elettronica, normativa, provvedimento amministrativo, corruzione, istanza, ecc. E, altra novità, sono ricerche che si fanno più al sud che al nord, ossia dove tradizionalmente la Pa è meno efficiente. Sui social fioccano invece opinioni e giudizi degli utenti e una conversazione su quattro tratta temi di ordine pubblico e sicurezza; seguono sanità e ambiente. Ma si tratta di sfoghi locali e a tempo determinato, come spiegato da Andrea Ceccobelli, data scientist che ha illustrato i risultati della ricerca al convegno Flp. Non danno luogo a forme di organizzazione stabili; si creano occasionalmente temi di dibattito e scambio di esperienze ma ogni argomento resta isolato e ha vita a sé stante. Non si creano collegamenti, e dopo un po’ di tempo svaniscono. E’ come se fosse una forma di rassegnazione. E di fatto Il giudizio complessivo che emerge dalle conversazioni degli utenti è impietoso: quasi la metà (47%) è negativo, un 30% è neutro e meno di uno su quattro ha un giudizio positivo sulle sue esperienze burocratiche.

Perché la Flp abbia voluto scattare questa fotografia, lo ha detto chiaramente il segretario nazionale Marco Carlomagno: il settore ha bisogno di uscire da questo stato paludoso in cui versa da anni, e segnatamente dalla grande crisi del 2010, quella che portò ai commissariamenti delle economie di Grecia e Portogallo e che da noi ha segnato l’inizio di una stagione di tagli su tagli alla spesa pubblica. Il suo numero di dipendenti è oggi ai minimi e nel 2021-22 si è registrato un primo lieve recupero solo grazie alla massiccia immissione in ruolo di docenti della scuola, mentre le amministrazioni centrale e locali hanno continuato a perdere pezzi.

Le retribuzioni sono ferme: solo nell’ultimo triennio c’è stato un recupero del 6%, ma il settore privato, con i rinnovi contrattuali, le ha viste salire del18%.
Adesso la Pa avrebbe la possibilità di provare a ritirare su la testa. Paradossalmente proprio perché è
arrivata a un punto limite. A partire dal versante anagrafico. Lo ha detto nel suo intervento Ylenia Zambito, segretario della Commissione Affari sociali e lavoro del Senato: il 45% dei dipendenti pubblici ha più di 55 anni e il 25% più di 60. Significa che nei prossimi 10 anni bisognerà sostituire tra un milione e un milione e mezzo di persone in uscita. E ulteriori tagli non sono possibili, se non si vuole affossare ancora di più la già bassa produttività della Pa. Come ne caso degli ispettori del lavoro.
Ha spiegato Valerio Talamo, direttore generale delle relazioni sindacali al ministero della Funzione pubblica, che ci sono solo 3000 ispettori in tutta Italia e l’ultimo concorso risale al 2006, 18 anni fa. Chiaro che è impossibile fare controlli così.

Il nodo centrale è dunque che la Pa è senza risorse. E soprattutto non ha l’attenzione che dovrebbe avere dalla politica e dalle istituzioni. Senza soldi e senza ricambi il settore è a tutt’oggi guidato da dirigenti che si sono formati 30 anni fa. E soprattutto che condividono ancora la vecchia visione della amministrazione come insieme di procedure. Un approccio formalistico, il più delle volte incapace di pensare l’organizzazione del lavoro per obiettivi, ancora più incapace di saper gestire e valorizzare le risorse umane che a loro fanno riferimento. Un sistema che si è poi avvitato nell’altro male endemico del settore pubblico italiano, questo totalmente colpa della politica: l’iperlegiferazione. La proliferazione di norme e interpretazioni che rende ingestibile qualsiasi ambito normativo.
L’ulteriore beffa è che anche quando le risorse ci sono (casualmente) non servono allo scopo. I miliardi del
Pnrr dovrebbero servire anche a far uscire l’Italia dalla sua arretratezza nel settore della giustizia. Obiettivo
che qui da noi si è tradotto in un piano per 16 mila assunzioni. “Ma – ha detto Carlomagno – nel ministero non c’è posto per queste 16 mila figure così come vengono pensate. Manca invece una rilevazione puntuale di quali mansioni sono carenti e dove e con quali figure vadano riempite”. Senza contare che anche quando la Pa investe sulle persone, queste poi se ne vanno. E successo con il 30% dei giovani ingegneri che sono stati inseriti in varie amministrazioni ma con contratti a tempo determinato: scaduto il contratto sono riusciti a trovare altre collocazioni nel settore privato. Anche perché, come è stato ricordato, una retribuzione da 2.000/2.500 euro per un ingegnere non è esattamente competitiva sul mercato.
Adesso la tecnologia, l’intelligenza artificiale possono portare un’opportunità. Andranno in pensione molti
dipendenti impiegati in ruoli di basso livello: l’IA può evitare di dover fare ulteriori assunzioni per quelle
mansioni ormai vecchie e concentrarsi su professionalità più avanzate. Lo hanno sperimentato all’Inps con
quella tecnologia tuttaltro che avanzatissima che è la posta elettronica nella sua versione certificata. Eppure con il passaggio alle comunicazioni via Pec, e l’istituto ne gestisce 16 mila al giorno, sono state liberate ben 40 mila ore di lavoro, praticamente tutto manuale, prima dedicate allo smistamento dei documenti cartacei.