AI e questione lavoro ecco chi rischia il posto

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Secondo uno studio, entro il 2030 l’avvento dell’intelligenza artificiale stravolgerà otto professioni su dieci. Con un più forte impatto negativo per gli impiegati che gestiscono dati
(dall’ufficio acquisti al marketing)

LOBBY D’AUTORE – Prima Comunicazione, Febbraio 2024

Gli annunci si susseguono senza sosta, dando vita a una ‘marea nera’ che nessuno si aspettava in questi tempi e in tali dimensioni. Google, Microsoft, Meta, Amazon, X, Booking, Cisco, Netflix, Disney+: negli ultimi mesi tutti i colossi globali del mondo digitale hanno comunicato importanti licenziamenti di personale. Secondo stime attendibili, soltanto nel 2023 sono stati già tagliati nel settore high tech oltre 200mila posti di lavoro. Ma cosa sta accadendo al settore più avanzato dell’economia globale che (paradossalmente) aveva garantito fino al 2022 le migliori performance in termini di creazione di occupazione?

Accade che il mondo digitale è il primo vero ‘banco di prova’ dell’impatto dell’intelligenza artificiale sul lavoro umano. Ma per uscire subito da una visione apocalittica, meglio ricordare che la diminuzione della quantità di lavoro ‘disponibile’ – insieme all’aumento della produttività – è un trend storico inarrestabile in atto da quasi 200 anni e che ovviamente continuerà a dispiegare i suoi effetti nei prossimi anni. Ce lo ha insegnato il compianto Mimmo De Masi: nel 1891 gli italiani erano circa 40 milioni e in un anno realizzavano 70 miliardi di ore lavorate, attualmente siamo il 50% in più – circa 60 milioni – ma lavoriamo il 60% in meno, 40 miliardi di ore. Sotto questo profilo, l’avvento dell’AI non sarà stravolgente ma potrebbe semplicemente rendere più veloce un processo già in corso.

Demis Hassabis, ceo di DeepMind (Foto LaPresse)

La paura del nuovo e dell’ignoto ha sempre caratterizzato i principali ‘salti tecnologici’ della storia umana, proprio come sta avvenendo oggi. Analizzati a posteriori, questi ‘salti’ hanno sempre avuto un effetto duplice sul mondo del lavoro: hanno distrutto i posti di lavoro umani meno efficienti e ne hanno creati altri nuovi, spostando continuamente il baricentro dalla quantità alla qualità (meno ore-lavoro create di quelle distrutte, ma di qualità media più alta). Non a caso, oggi abbiamo a disposizione soltanto stime (molto variabili) sui posti di lavoro che saranno potenzialmente ‘distrutti’ a causa dell’impatto dell’intelligenza artificiale, non di quelli che saranno potenzialmente creati.

Da ciò nasce una riflessione fondamentale: oggi governi, media ed economisti si concentrano sulla questione dell’impatto dell’AI sul mondo del lavoro in senso assoluto, cercando di stimare ciò che evidentemente sfugge ai nostri modelli econometrici. Peccato che il vero problema sarà non il saldo finale, ma come gestire la fase di transizione da un’era all’altra a causa del fenomeno già visibile nel mondo digital e high tech: la ‘compensazione’ tra lavoro distrutto e lavoro creato non sarà simultanea. Perché si verificherà nei prossimi anni (anzi, si sta già verificando) un ‘doppio tempo’: prima arriverà l’onda distruttrice, più tardi si genereranno nuove professionalità e nuovi posti di lavoro. E ad aggravare la complessità della transizione, i beneficiari dei nuovi lavori saranno in gran parte diversi da chi ha perso il vecchio lavoro.

Dal punto di vista delle professioni e delle competenze, nei prossimi anni l’AI determinerà una rivoluzione profondissima che avrà proporzioni e velocità finora sconosciute: secondo un autorevole studio predittivo realizzato da EY, ManpowerGroup e Sanoma Italia, entro il 2030 l’avvento dell’AI e delle macchine intelligenti cambierà il mercato del lavoro per otto professioni su dieci. In questo stravolgimento, dobbiamo sfatare un altro ‘falso mito’: quello secondo cui l’avvento dell’intelligenza artificiale colpirà soprattutto i lavoratori di fascia bassa. In realtà basta osservare quanto sta già accadendo negli Stati Uniti per scoprire una realtà diversa: l’AI avrà un impatto negativo più forte sui profili professionali di qualifica media, in particolare impiegati e funzionari che gestiscono dati, dall’ufficio acquisti al marketing ai contact center. Saranno loro, in tutti i Paesi del mondo avanzato, i protagonisti (involontari) del ‘primo tempo’ che dobbiamo cercare di tutelare.