Lucio Luca / La notte dell’antimafia

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Questo libro di Lucio Luca, ‘La notte dell’antimafia’, racconta una storia che sembra un romanzo: incredibile, irreale, fantasioso. Invece è tutto vero, con una magistrata che sembra integerrima e un imprenditore che sembra un malfattore. E Infine, un’azienda tenuta sotto scacco per 11 anni e una condanna per corruzione a quasi 8 anni. Luca, giornalista nato in Sicilia, fa parlare vittime e carnefici di “una mafia che mafia non è e di un’antimafia che quei valori tradisce in ogni singolo
momento”. E ai lettori di Primaonline spiega chi è la vittima e chi è il carnefice.

“Una magistrata integerrima, allieva di Falcone e Borsellino, capace di condannare al massimo della pena i capi di Cosa nostra e di sfidarli nelle aule giudiziarie, un’icona dell’antimafia insomma.
Che, improvvisamente, si trasforma in una “zarina” assetata di soldi e di potere e che, come si legge
nelle motivazioni di un processo, da presidente di un’importante sezione del tribunale di Palermo non ha mai smesso, nemmeno per un solo giorno, di commettere illegalità. Amministrando le aziende sottratte ai mafiosi – spesso anche a chi era solo sfiorato dal sospetto – e spolpandole letteralmente fino a farle fallire. Con la complicità di un “cerchio magico” di avvocati, commercialisti, professori universitari, sempre pronti a dare lezioni di legalità dietro il paravento dell’antimafia.


Sembra la trama di un romanzo, invece è tutto vero. Anche se ‘La notte dell’antimafia’, che ho scritto per Compagnia Editoriale Aliberti ed è da poco uscito in libreria e su tutte le piattaforme di vendita online, un romanzo lo è sicuramente. Da una parte c’è lei, la dottoressa Silvana Saguto, già presidente della Sezione Misure di Prevenzione del tribunale di Palermo, condannata a 7 anni e 10 mesi in via definitiva per corruzione e concussione. Dall’altra uno dei tanti imprenditori distrutti dalla gestione dissennata del “cerchio magico”. Il proprietario di un resort di lusso e di un’importante azienda vitivinicola, che dall’oggi al domani si scopre amico e riciclatore per conto dei boss. Solo che non era vero nulla, come hanno scritto in ben sei processi i giudici che quell’imprenditore lo hanno sempre assolto. Malgrado questo, però, Francesco Lena l’azienda l’ha ricevuta indietro soltanto dopo 3.875 giorni di calvario, poco meno di 11 anni. Perché per tutto questo tempo era tenuta sotto sequestro dai metodi del sistema Saguto e dalla voglia di spremerla fino all’ultima stilla di denaro.

E’ una storia che da lettore attento alle vicende siciliane – non foss’altro perché sono siciliano e lì ho lavorato per più di vent’anni – ho sempre seguito sui giornali. Ma quando ho cominciato a leggere le migliaia di pagine di intercettazioni, le motivazioni dei processi, le carte delle inchieste giudiziarie contro Saguto e compagni, sono davvero rimasto senza parole. E così ho scelto la strada del romanzo a due voci, la giudice buona e l’imprenditore cattivo, i cui ruoli alla fine si capovolgono come spesso avviene in un’isola nella quale niente è mai bianco o nero ma tutto si mescola in un grigio spesso indecifrabile. Capitolo dopo capitolo si alternano dunque le voci di vittime e carnefici, di una mafia che mafia non è e di un’antimafia che quei valori tradisce “in ogni singolo momento”.
La sensazione, però, è che in questa storia non ci siano vincitori: a perdere è soprattutto una terra dimenticata che non riesce mai a imparare dai suoi errori”. (Lucio Luca)