Concetto Vecchio / Io vi accuso

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La vicenda politica e umana di Giacomo Matteotti, ucciso dai fascisti il 10 giugno 1924, rivive in questo libro del quirinalista di Repubblica. Concetto Vecchio si è messo sulle sue tracce, leggendo tra l’altro le carte degli interventi parlamentari e le lettere d’amore alla moglie Velia, ma anche viaggiando attraverso l’Italia, dalla casa natale nel Polesine alla tomba, dal palazzo del quartiere Flaminio da cui uscì per l’ultima volta fino al Parlamento. Un libro-inchiesta che scava nella ferita del più grave delitto politico del Ventennio. Vecchio racconta ai lettori di Primaonline la struttura di questo saggio biografico che segna una pagina importante per comprendere la storia di un uomo e di un’epoca.

“Un libro è sempre una ricerca, di sé anzitutto. E anche questo, ‘Io vi accuso’ (Utet), non fa eccezione. Sto cercando un segno e allo stesso tempo intendo lasciarlo. Perciò sono venuto a Fratta Polesine, il paese di Giacomo Matteotti. Qui riposa nella solitudine di un cimitero di campagna. La sua bara venne imbullonata dal regime perché temevano che finisse all’estero; la sua famiglia – la moglie Velia, e i tre figli – infiltrata di spie per anni, nel timore che emigrassero, unendosi ai circoli antifascisti.
Ho bisogno di vedere. Le cose da cronista si capiscono andando sui posti. Mi ci perdo. C’è una lapide in piazza che ancora negli anni Cinquanta venne censurata dai funzionari democristiani: il fascismo, seppur morto, sopravviveva nel loro animo. Solo di recente, grazie alla tenacia di Lodovica Mutterle, la direttrice della casa Museo Matteotti, la lapide è stata corretta. Ne ho avuto vivissima impressione: Matteotti era stato calpestato anche da morto.

Matteotti aveva capito per primo la minaccia del fascismo, intuendo che era un fatto storico impossibile da imbrigliare dentro il gioco parlamentare. E infatti è stato ucciso perché il più bravo, il più lucido, le dittature non uccidono a caso i loro avversari. E quindi “Io vi accuso” è un’inchiesta sulla solitudine di un uomo politico in un’Italia senza memoria, e il racconto di un trauma pubblico e privato: i delitti lasciano non solo scie di sangue, ma sconvolgono le vite dei familiari anche a distanza di generazioni. Quindi Matteotti ci parla.
E’ stato un parlamentare esemplare, infaticabile, che ha difeso la democrazia, il Parlamento, si è battuto per la scuola (oggi lotterebbe per la sanità pubblica). Ha cambiato il destino dei poveri del Polesine, sporcandosi le mani ogni giorno, da vero socialista. Ed è una lezione attualissima per la sinistra italiana senza più un popolo.



E poi c’è il suo rapporto con Velia, la moglie. Che sfocia nel romanzesco. Amore e condanna. Trasporto e lacerazione. Mi ci sono appassionato, grazie alle lettere pazientemente raccolte dal professor Stefano Caretti, il maggiore tra i biografi di Matteotti. Si amano ma non si incontrano.
Sempre lontani. Un rapporto difficile come un rompicapo. Velia è antica e moderna. Ma le va riconosciuto il merito di capire tutto in anticipo di fronte alla violenza montante del fascismo. Gli scrive: ‘Mi trovo forse in un periodo in cui le cose mi fanno maggiore impressione e più difficile mi è persuadermi che arrivato a questo punto non ti è ammessa nessuna viltà, anche se questo dovesse costare la vita’. E così andrà”. (Concetto Vecchio)