Devis Bellucci / Eppure non doveva affondare

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Devis Bellucci, fisico, ricercatore in Scienza e tecnologia dei materiali all’università di Modena e Reggio Emilia, oltre che scrittore giornalista e divulgatore scientifico, ha scritto un libro (pubblicato da Bollati Boringhieri) dove raccoglie una lunga sequela di errori commessi in ogni campo del sapere umano, dall’ingegneria alla medicina, dall’informatica alla fisica fino all’intelligenza artificiale. Per arrivare a una conclusione: il vero punto di forza della scienza non è il metodo sperimentale ma la condivisione delle idee. Perché, come racconta in questa testimonianza per i lettori di Primaonline, “nessuno fa scienza da solo”

“È stato preparando le lezioni per il corso di ‘Materiali compositi’, che attualmente tengo all’Università di Modena e Reggio Emilia, che ho avuto lo spunto per scrivere questo libro. Mi sono ritrovato a leggere dei disastri aerei che coinvolsero i jet De Havilland Comet, nel 1954.
Erano i primi aerei passeggeri a reazione e quindi richiedevano, come i jet attuali, di essere pressurizzati e depressurizzati per permettere ai passeggeri di respirare normalmente. Si trattava del fiore all’occhiello della tecnologia dell’epoca; ciononostante, due di essi esplosero provocando la morte di tutti gli occupanti. Ho spulciato le testimonianze di allora, letto e riletto le parole costernate degli inquirenti che non sapevano che pesci pigliare. Alla fine, che cosa si scopre? Che gli aerei avevano i finestrini quadrati, non arrotondati come oggi, e sugli spigoli dei finestrini si concentravano gli sforzi del metallo durante i cicli di pressurizzazione e depressurizzazione, affaticando il materiale che si rompeva ben prima del previsto.



È stato dai vari ‘Eppure, non doveva succedere!’ di quei costernati ingegneri, che è iniziato il mio viaggio attraverso i retroscena dei fallimenti che hanno segnato il mondo della scienza e della tecnologia, spaziando dall’ingegneria civile a quella aeronautica, dall’informatica alla medicina, dalla matematica alla fisica alla scienza dei materiali. In ‘Eppure, non doveva succedere’, edito da Bollati Boringhieri, racconto di disastri ferroviari, compresi quelli che ci hanno toccato da vicino (come a Viareggio nel 2009), di incidenti aerei, di splendide navi affondate per un nonnulla, di edifici in teoria perfetti ma venuti giù come un castello di carte, di malattie debellate che tornano a fare paura, fino alle principali criticità legate all’intelligenza artificiale, ovvero il “fallimento che verrà”, se non sviluppiamo questa risorsa rivoluzionaria in maniera oculata.
Accanto a questo, un po’ a fare da contrappeso, tante storie esilaranti, perché fortunatamente non sempre la svista provoca una tragedia: qualche volta, solo parecchio imbarazzo, come esperimenti costosissimi andati male per un cavo staccato o ponti sbilenchi perché i progettisti non si sono messi d’accordo sulle unità di misura da usare.
Se è vero che proprio dai nostri errori abbiamo imparato a fare meglio, sorge comunque spontanea la domanda: si sarebbe potuto evitare? I vari ingegneri, fisici, medici, tecnici ultra-competenti, etc., non avrebbero potuto pensarci prima?
Non è sempre facile capire le ragioni del fallimento, quando tutto è stato fatto con (apparente) cura e buon senso. Nel libro scopriremo, ad esempio, che proprio il “buon senso” è effettivamente tale solo se verificato alla luce della matematica e che tanti disastri sono stati causati da un deficit di conoscenze teoriche. Questo è un tema su cui riflettiamo poco, ma si tratta di un fatto ricorrente nel progresso dell’umanità: la teoria di rado ha anticipato le applicazioni, e spesso si è proceduto per prove e controprove. In altre parole, i progettisti utilizzavano con successo una vasta gamma di materiali ignorandone le proprietà meccaniche e i meccanismi di rottura, così come i vaccini cominciarono a salvare delle vite quando ancora non sapevamo granché del sistema immunitario.
Soprattutto, racconterò le strategie che mette in atto la scienza per proteggersi dalle cantonate. Si chiamano studi in doppio cieco in medicina, debugging nell’informatica, peer-review nella ricerca accademica e ridondanza strutturale in ingegneria, uno strumento fondamentale per progettare edifici più sicuri. Ma al di là di queste preziose metodiche, spero che le vicende del libro servano a sottolineare il vero punto di forza della scienza: non il metodo sperimentale, ma il suo essere un’attività comunitaria, disciplinata e controllabile, dove il sapere si costruisce attraverso verifiche incrociate e condivisione di idee e risultati. Perché nessuno fa scienza da solo”. (Devis Bellucci)