Silvia Bencivelli / Eroica, folle e visionaria

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Silvia Bencivelli, scrittrice e giornalista scientifica, ha scritto un libro per Bollati Boringhieri in cui racconta un fenomeno poco noto ma che ha cambiato la storia della medicina: gli autoesperimenti. Da quelli che hanno permesso lo sviluppo di tecnologie salvavita (cateterismo cardiaco) a quelli che hanno aperto la strada alla conquista di interi continenti (febbre gialla). Fino al quasi incredibile caso del medico ungherese Joseph Goldberger – come racconta l’autrice in questa testimonianza per i lettori di Primaonline – che si trasformò in cavia per scoprire i segreti della pellagra

“La pellagra era una malattia così italiana che si chiama pellagra, ancora oggi, anche in inglese. Per noi era un mistero che colpiva soprattutto i contadini delle regioni del nord-est. Ma quando ai primi del Novecento si presentò a Philadelphia, gli americani non stettero a guardare: misero su una commissione scientifica e per dirigerla scelsero il sagace medico di origine ungherese Joseph Goldberger.

Comincia così una delle mie storie di medicina preferite: un giallo, di fatto, risolto con intelligenza, determinazione, ma soprattutto coraggio. E con un esperimento geniale e terribile di cui Goldberger fu contemporaneamente ideatore e cavia. Tecnicamente, quindi, si trattò di un autoesperimento, uno dei tanti di cui oggi abbiamo perso la memoria: centinaia, forse migliaia di autoesperimenti che hanno cambiato la medicina e quindi le nostre vite, mentre altrettanti venivano compiuti e non cambiavano un bel niente, e qualcuno ci lasciava le penne. Nel mio libro “Eroica, folle e visionaria – Storie di medicina spericolata” (Bollati Boringhieri, 2023), ne ho raccontati molti: da quelli che hanno permesso lo sviluppo di tecnologie salvavita come il cateterismo cardiaco, a quelli che hanno aperto la strada alla conquista di interi continenti come quando si è capito l’origine della febbre gialla.

Ma non ho voluto fare (solo) una raccolta di storie wow, un po’ emozionanti, un po’ curiose e un po’ pulp. Ho scelto gli autoesperimenti per raccontare come va la medicina. Tanto per cominciare, perché di autoesperimenti se ne sono fatti tanti ma dagli anni Ottanta del secolo scorso si è smesso. E perché si è smesso? Perché sono cambiati i metodi della ricerca: oggi non accetteremmo un esperimento condotto su un unico soggetto, ma vogliamo grandi numeri e statistica (le polemiche sui vaccini anti-Covid lo dimostrano). E poi perché è cambiato il mondo, e se il medico clinico non può più essere imperioso e paternalista come un tempo, così anche il medico ricercatore è sceso dal piedistallo e ha dovuto rinunciare a considerarsi portatore di un corpo rappresentante dell’intera specie umana (di nuovo, non vi risuona?).

È così che va la medicina: non solo progressi e acquisizioni meravigliose, ma anche metodi che cambiano e che vanno ridiscussi, e una società che evolve e che le chiede di essere, e di fare, cose diverse. Raccontando le sue storie si scoprono i suoi veri percorsi, mai lineari, mai privi di errori, mai gloriosi al primo colpo. E, forse, mi auguro, si restituisce alla cultura medica lo spessore che abbiamo perso in questi anni di pandemia e tv, quando l’abbiamo ridotta a una serie di “fa bene, fa male” e di “si fa così, si fa cosà”, dimentichi (che ingrati!) di quanta intelligenza e di quanto coraggio sia costato scoprire e inventare cose e che noi oggi diamo, stupidamente, per scontate.

Per esempio, diamo per scontato che la pellagra non ci interessi più. E invece sentite che cosa ha pensato quel geniaccio di Goldberger.

A quei tempi l’ipotesi dominante era che la pellagra avesse origine infettiva. In effetti, la sua prima osservazione fu che la malattia si presentava spesso in manicomi e orfanotrofi, come per piccole epidemie. Ma perché si ammalavano solo i ricoverati, mentre il personale non si ammalava mai?

Goldberger intuì che si trattava di una malattia da carenza nutrizionale: orfani e matti mangiavano poco e male. Ma era un bel problema, dimostrare una carenza nutrizionale in un’epoca in cui nessuno aveva ancora visto una vitamina nemmeno da lontano.

Allora fece un primo esperimento. Provò a vedere che cosa poteva succedere arricchendo la dieta degli orfanelli, e gli orfanelli guarirono. Ma per la comunità medica questa non fu una prova convincente: potevano essere guariti dall’infezione, perché no. Quindi Goldberger fece l’esperimento contrario: prese un gruppo di persone sane (detenuti, come si usava ai tempi) e dette loro per mesi la dieta degli orfanelli. I detenuti si ammalarono, ma di nuovo questa non fu considerata una prova convincente: potevano essersi beccati l’infezione, perché no.

A questo punto Goldberger si trovò nell’infelice posizione di dover smentire l’ipotesi rivale. E come la smentisci un’ipotesi infettiva? Dimostrando di non poter trasmettere la malattia. Quindi infilando materiale presumibilmente infetto (secrezioni, escrementi e schifezze di questo tipo) in tutti i canali d’ingresso di un organismo sano (naso, bocca, pelle, sangue…) e sperando che non succeda niente.

Ecco: quale cavia potrebbe sottoporsi volontariamente a un esperimento del genere?

Andò avanti lui stesso, Goldberger. Con lui, i suoi collaboratori e sua moglie, che a quella banda di maschi fece notare (prima nella storia) che nel loro setting sperimentale c’era un bello squilibrio di genere.

Dopo due mesi nessuno di loro aveva la pellagra e la comunità medica dovette riconoscere che aveva ragione lui: era una questione di alimentazione povera. Stupefacente, soprattutto perché alla scoperta della vitamina B3 mancavano quasi vent’anni”. (Silvia Bencivelli)