La ricchezza della (bio)diversità

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Il primo Forum del National Biodiversity Future Center si è concluso mercoledì a Palermo, dopo tre giorni di incontri, confronti, relazioni e ragionamenti sullo stato delle cose.
Nbfc è un progetto triennale, che si concluderà nel 2026 e che è frutto di un investimento del Pnrr. Obiettivo: conservare, monitorare, ripristinare e valorizzare la biodiversità, che in Italia ha uno dei Paesi più ricchi, sia dal punto di vista delle specie vegetali sia di quelle animali.

Massimo Midiri, Luigi Fiorentino

La biodiversità del boarding. Presidente, direttore, rettore

La tre giorni di convegno si è svolta con la partecipazione dell’Università di Palermo, di cui è rettore il professor Massimo Midiri. Non è un caso: Palermo e Venezia sono i due ‘collettori’ dei lavori del centro per la biodiversità. Nel capoluogo siciliano inoltre, è stata data vita alla prima facoltà triennale in Biodiversità, con lo scopo di formare competenze che in futuro potranno lavorare sia nelle aziende sia nelle istituzioni pubbliche. A questi, si aggiunge la presenza di dottorandi ospitati in 25 sedi in tutta Italia, con il supporto di 35 borse di studio promosse da Nbfc.
Presidente del Centro è Luigi Fiorentino, consigliere del ruolo della Presidenza del consiglio, che ha spiegato come la scommessa del futuro è la connessione fra ricerca scientifica ed economia: la biodiversità non è un costo ma una ricchezza.
Massimo Labra, professore di Botanica generale all’Università Milano-Bicocca e fondatore e coordinatore del gruppo di ricerca multidisciplinare ZooPlantLab, è invece il direttore scientifico.
Mercoledì, nell’ultimo appuntamento degli incontri palermitani, che ha coinciso con la Giornata mondiale della biodiversità (festa proclamata dall’Onu nel 2000), Fiorentino, Labra e Midiri insieme hanno presentato il primo report del National Biodiversity Future Center.

(foto Giuseppe Gradella)

Le parole della biodiversità

Fra i tanti interventi del convegno, tante anche le formule usate per raffigurare il compito che Nbfc si è dato.
La presidente del Cnr Maria Chiara Carrozza ha suggerito che “bisogna costruire un edificio sulle fondamenta di ciò che si è studiato”: dalla ricerca di tanti singoli gruppi va cementata come mattoni su cui edificare un progetto per il futuro.
La formula di Luigi Nicolais, ex presidente del Cnr ed ex ministro delle Riforme e innovazioni nella PA è: “From research to business”, perché Nbfc riunisce sì un paio di migliaia di ricercatori ma non si chiude nell’iperuranio della scienza. Quello cui punta è piuttosto un dialogo con le imprese, per uscire da una consuetudine sbagliata che fa dell’Italia – dice Nicolais – un Paese che primeggia nelle produzione scientifica e però poi questa non la concretizza, lascia ad altri la messa a terra.

Massimo Labra

Il termine più onnicomprensivo è però quello scelto da Masimo Labra: “integrazione”.
Integrazione fra pubblico e privato, fra centri di ricerca e università che troppo spesso procedono separatamente, fra Paesi europei in nome di una diplomazia scientifica che gravita intorno soprattutto al Mediteraneo e si estende però pure in incontri con operatori cinesi e sudamericani.
Per usare la formula suggestiva del direttore scientifico: qui non si fa un ponte sullo Stretto, ma un ponte sul mondo. Come titolava Margaret Mazzantini: nessuno si salva da solo. E nessuno deve sentirsi sotto attacco.
Sempre Labra ha per esempio sottolineato che “abbiamo 16 milioni di ettari agricoli non utilizzati“: se ne può pur prendere una parte per coltivare la biodiversità, senza che gli agricoltori temano di essere esautorati.

(foto Giusepe Gradella)

I diversi numeri

328 sono i milioni che il Pnrr ha messo a disposizione del progetto triennale.
Di questi, 190 già sono stati impegnati, circa 50 dei quali destinati a imprese sul territorio.
Oltre 600 le persone assunte, in media neanche trentenni e in prevalenza (56%) donne.
Quanto ai numeri della biodiversità: in Italia si trova più del 50% delle specie vegetali e il 30% delle specie animali di interesse conservazionistico presenti in Europa.
E se nel nostro Paese coesistono 85 diversi ecosistemi terrestri, il 68% è però in pericolo, mentre il 30% delle specie è a rischio di estinzione.
Per chi poi ancora pensi che l’ambiente non è un tema che lo riguarda personalmente, è importante ricordare che il 24% delle malattie dell’uomo è attribuibile a fattori ambientali. E che – come ha illustrato la dottoressa Maria Rescigno di Humanitas – “il nostro microbiota intestinale è un ecosistema formato per il 55% da batteri e per il 25% da funghi”: più diversità ci abita, più siamo in grado di reagire ad aggressioni esterne e malattie.