Potere alle donne la parità senza quote

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La questione della parità di genere sta diventando noiosa e inefficace. A partire dal tema nominalistico (avvocato o avvocatessa?). Un problema che non si risolve per via burocratica. Il ruolo di Paesi e culture

CONVERGENZA – Prima Comunicazione, Marzo 2024

La questione della parità di genere sta diventando, nell’attuale società delle chiacchiere, qualcosa di molto noioso, inefficace e sostanzialmente conservatore. Si dice avvocato o avvocatessa, rettore o rettrice, sindaco o sindaca (eccetera)? Il tema nominalistico sembra una chiave fondamentale e propone così, nuda e cruda, la centralità del problema: il maschilismo si vede dai titoli.
Difficile immaginare un’evoluzione più stupida della discussione, i titoli sono forme delle costruzioni linguistiche delle funzioni che a loro volta si originano nella notte dei tempi antropologici. Un calligrafismo grottesco che segue la grande idea delle quote rosa: per cui la parità si realizza per determinazioni burocratiche e prescrittive.

Tutta la questione viene incapsulata spesso in questi formalismi che indeboliscono e falsificano la vera natura del problema e generano quasi paura a ‘entrare’ dentro il profondo del tema. E il tema/problema centrale per le donne è anzitutto quello di raggiungere e affermare un proprio potere identificativo e sostanziale, un misto di consapevolezza e cultura (soprattutto scientifica) su cui basarsi per costruire una conseguente soggettività politica. E se si esce dal chiacchierume conformistico si vede nella concretezza il funzionamento di questa relazione. Per esempio da una ricerca recente (Makno Soroptimist Bologna), che analizza a livello europeo la distribuzione di ruoli e poteri fra uomini e donne, emerge con evidenza che il potere al femminile è questione non generale ma di Paesi e culture. Per esempio, nei Paesi baltici (Lettonia, Estonia, Lituania) le funzioni di comando e di direzione anche formale, sia nel pubblico che nel privato, sono per oltre il 75% di responsabilità femminile. In quei Paesi, però, nel decennio precedente c’era stata una concentrazione degli interessi formativi delle donne nella cultura scientifico/tecnologica: e infatti la direzione di quei Paesi è in mano oggi professionalmente a ingegneri (di varia specializzazione) donne.

Un piccolo suggerimento: anziché parlare di titoli e nomi sarebbe utile vedere come risolvere in Italia il cosiddetto pregiudizio fra cultura stem (quella scientifico matematica) e donne.
Viene dato come irrisolvibile (qui in Italia) perché sarebbe un portato antropologico: un’argomentazione, nella società della conoscenza, ottusa e vagamente reazionaria. Si sfugge alla vera questione: che il potere parte da una premessa culturale e diventa fattuale.
Gli esempi concreti non mancano: la storia è piena di donne che su questa dinamica hanno dimostrato di valere più degli uomini. Per esempio nel ’42 nella battaglia di Stalingrado, quella che, come sappiamo ha portato, con milioni di morti, alla controffensiva dell’Armata Rossa contro i nazisti e poi alla vittoria finale, le donne si sono organizzate a combattere tutte da sole convincendo persino un certo Stalin. E nacque così il reggimento 588, solo donne aviatrici reclutate da tutta l’Unione Sovietica e addestrate da una grande aviatrice, Marina Raskova: giovani, molte studentesse ma anche contadine e operaie. I loro aerei erano biplani di tela da Prima guerra mondiale, senza strumentazione e, per lasciar posto alle bombe, senza paracadute. Volavano tutte le notti a bassa quota contro l’esercito tedesco: quasi 30mila missioni contro carri armati, infrastrutture , armi e militari. Molte morirono bruciate vive nei loro piccoli aerei, ma il loro supporto fu importante per il successo dell’Armata Rossa e la definitiva cacciata dei nazisti. Mondi di donne che con questa battaglia ‘patriottica’ (così la chiamavano) acquisirono poi una forza e un potere rappresentativo all’interno degli apparati sovietici. Poche chiacchiere, pochi titoli, ma storie nella storia di potere femminile combattente. Donne che per il solo fatto di volare nel buio sopra di loro, terrorizzavano i ‘maschi nazisti’ che le chiamavano, appunto, “le streghe della notte”.