Monta la polemica politica sulla querela notturna a Giannini (Piantedosi minimizza) e sui tre giornalisti fermati a Roma

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Il caso dell’editorialista di Repubblica, destinatario di un avviso per diffamazione, fa montare la polemica politica

Montano le polemiche politiche, dal vicepresidente di Azione, Enrico Costa, al leader di Avs, Nicola Fratoianni, che arriva a chiedere l’intervento del ministro dell’Interno Piantedosi, dopo che l’ex direttore della Stampa ed editorialista di Repubblica Massimo Giannini ha raccontato durante la puntata di ‘Otto e mezzo’ in onda ieri sera su La7 un episodio che lo riguardava, mentre in studio si discuteva delle polemiche sui tre giornalisti fermati a Roma dalla polizia mentre documentavano un blitz di ‘Ultima Generazione’. “Due mesi fa a Milano, reduce da una puntata di Fazio, nella quale avevo dato giudizi critici rispetto a questa maggioranza, sono andato a dormire in hotel – ha raccontato Giannini – e alle 4 di notte mi hanno svegliato 4 agenti di polizia per notificarmi una querela per diffamazione”.

“Alle 4 di notte”, ribadisce il giornalista che poi spiega di aver chiesto ai poliziotti il motivo dell’urgenza di questa notifica. “Si fa, è la prassi”, la risposta degli agenti. “Ma è la prassi quando dovete prendere un narcotrafficante, non quando dovete notificare una querela a un giornalista”, la replica di Giannini che poi si è detto convinto che non ci sia “alcun dubbio” che dietro c’è una regia politica: “Qualcuno ha dato ordine agli agenti di notificare una querela alle 4 di notte in albergo, così come avevano dato ordine alla Digos – ha aggiunto – di identificare il loggionista della Scala che aveva urlato ‘Viva l’Italia antifascista’, cosi’ come hanno dato ordine di prendere e chiudere in cella per un’ora tre giornalisti”. “Con tutto ciò che rappresenta il dissenso rispetto a questa maggioranza, a questa coalizione e al partito che guida il governo – ha concluso – si adotta il manganello, l’intimidazione”.

L’altro ieri – riferisce Ilgiornale.it – Giannini ha ricevuto la telefonata di Matteo Piantedosi. Il ministro dell’Interno si è detto dispiaciuto dell’accaduto e ha sottolineato che si è trattato di un «fatto oggettivamente molto grave», sul quale si stanno effettuando tutti gli accertamenti necessari. La prima spiegazione plausibile che viene in mente al ministro è «un eccesso di solerzia». «A nome mio e della polizia le rinnovo le nostre scuse», dice Piantedosi al giornalista che nella replica non risparmia un giudizio velenoso: «Il suo è stato un gesto doveroso ma non scontato, visto il clima politico nel quale viviamo».

Matteo Piantedosi (foto Ansa)
Matteo Piantedosi (foto Ansa)

Cronisti fermati. Piantedosi: “Un equivoco”

E sulla vicenda dei tre giornalisti fermati a Roma durante una manifestazione di Ultima Generazione, interviene il ministro dell’Interno Matteo Piantedosi.

“Come spiegato nei comunicati ufficiali della Questura di Roma e del Dipartimento della Pubblica sicurezza si è trattato probabilmente di un equivoco fondato sul fatto che legittimamente le persone che sono state fermate non hanno dichiarato subito le proprie generalità e pertanto la propria condizione di giornalista e altrettanto legittimamente sono state poi assoggettate a procedure di identificazione che hanno fatto un po’ rumore”.

Lo ha detto – ripreso da Agi – il ministro dell’Interno, Matteo Piantedosi, intervenuto al festival dell’Economia di Trento al tavolo “Criminalità, confisca, gestione e destinazione dei beni”, in merito ai tre cronisti fermati ieri a Roma dalla polizia prima di un’azione di Ultima Generazione a via Veneto.

“Talvolta può succedere pure che ci siano delle sbavature, non è stato in questo caso ma può succedere – ha spiegato il ministro Piantedosi – non faccio professione di perfezione dell’azione delle forze di polizia, mi dispiace quando viene ricondotta ad un clima generale presunto o dalle direttive perché questo va contro quella che è la professionalità intrinseca delle nostre forze di polizia che prescinde da qualsiasi direttiva politica”. “In Italia non si può dire che ci sia un limitazione del dissenso – ha concluso – e men che meno della libera manifestazione di quella che è una nobile professione come quella del giornalista”.