Il braccio di ferro in casa Caltagirone affossa Barbano

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La rimozione, dopo solo un mese, di Alessandro Barbano direttore non gradito al presidente, dimostra chi comanda al quotidiano di via del Tritone

“Ha fatto male a fidarsi e ad accettare di tornare al Messaggero!”. Gli amici di Alessandro Barbano commentano la sua improvvisa rimozione dalla direzione del quotidiano avvenuta ieri, ad appena un mese dal suo arrivo.
Barbano era già passato attraverso il trauma di un licenziamento improvviso da parte dei Caltagirone nel 2018, quando era direttore del Mattino di Napoli.

Il braccio di ferro tra padre e figlia

La sua nomina era una scelta di Azzurra Caltagirone, ad dell’editrice e vice presidente della Caltagirone Editore, in contrapposizione con il padre Franco Gaetano Caltagirone, presidente e leader incontrastato del gruppo che propendeva per due candidati: Roberto Napoletano, nominato il 4 maggio direttore al Mattino, o il vice direttore Guido Boffo, che alla fine è diventato direttore, sostituendo proprio Barbano.

L’essere al centro del braccio di ferro tra padre e figlia si è dimostrato pericolosissimo. Barbano, tornando a via del Tritone, si era illuso che il peso manageriale di Azzurra Caltagirone potesse influenzare positivamente le regole basilari sul potere del direttore e l’indipendenza dei giornalisti, da tempo offuscate al Messaggero.
Ieri ha avuto conferma che quello che conta è il primato del presidente. Tanto più visti i buonissimi rapporti tra l’imprenditore editore e il governo, per cui Caltagirone non può tollerare di non avere pieno controllo di un suo dipendente nei rapporti con Palazzo Chigi.

La storia che è girata a Roma e sui giornali, smentita però dal gruppo Caltagirone (che parla di “reciproci impegni contrattuali“) e anche da Barbano, racconta di una frizione nata nel gestire un’intervista con Giorgia Meloni, il cui ufficio comunicazione proponeva domande e risposte prefabbricate, uno sgarbo intollerabile!
Secondo gli osservatori a peggiorare il clima nei confronti di Barbano avrebbe contribuito l’editoriale pubblicato sul Messaggero, il 3 giugno, in cui il direttore scrive tra l’altro dell’importanza “di rimettere in connessione le culture su cui l’Europa si fonda, cioè il liberalismo, il riformismo e il moderatismo cristiano. (…) il riformismo deve riagganciare i diritti ai doveri, dialogando anche con l’etica cristiana, che da sempre nello spazio pubblico rappresenta un sedimento di valori e di responsabilità”, realtà politiche che non sono esattamente quelle che piacciono alla presidente del consiglio, come si è visto con le sue dure reazioni alle raccomandazioni di cautela lanciate dal cardinale Zuppi, presidente della Cei, sul premierato e sul regionalismo differenziato.

Barbano parlando ai capi dei servizi ieri sera, racconta ‘Professione reporter’, ha detto che i motivi ufficiali della fine del rapporto illustrati da Azzurra Caltagirone sono “di aver preso dei collaboratori senza formalizzare gli incarichi con la proprietà e di far parte di alcuni consigli di amministrazione”.
In realtà -ha spiegato Barbano- “i collaboratori erano stati scelti prima del suo arrivo e la sua partecipazione non è in alcuni cda, ma in comitati di indirizzo pro bono, come in quello del teatro San Carlo di Napoli”. Notizia da sempre nota. 

Jerkov vice e il ritorno di Martinelli

Oltre alla nomina di Boffo, in carica dal 4 giugno, l’azienda ha comunicato la promozione di Barbara Jerkov da caporedattore a vice direttore, e la nomina di Massimo Martinelli, direttore prima di Barbano, a direttore editoriale.

L’editoriale del 3 giugno

Pubblichiamo l’editoriale di Barbano sul Messaggero di lunedì 3 giugno, l’ultimo numero che ha firmato e che passerà alla storia per aver forse segnato il secondo licenziamento del giornalista da una testata del Gruppo Caltagirone.

“Fare l’Europa non vuol dire contrapporsi agli altri o chiudersi nei confini, ma promuovere il proprio modello a livello globale, dice il governatore di Bankitalia Fabio Panetta nella sua bellissima e liberale relazione annuale di due giorni fa. Il modello che risponde alla domanda «che significa essere europei?», chiosa Massimo Adinolfi nel suo editoriale di ieri sul Messaggero, è quello dell’universalismo dei diritti e delle libertà. Difenderlo, aggiunge, vuol dire stare ancorati al nostro passato e alle nostre tradizioni.
Senonché i diritti non nascono in natura come i funghi, in quantità desiderata o desiderabile. I diritti sono beni scarsi, deperibili e, più di tutto, hanno un costo. Vuol dire che, perché qualcuno possa disporne e farli valere, occorre che altri li sostenga e, in un certo senso, ne paghi il prezzo. Questo vale per tutti i diritti, tanto per quelli che vengono definiti sociali, quanto per quelli cosiddetti civili. Così, fare davvero l’Europa significa individuare la giusta misura del rapporto tra valore e prezzo dei diritti, e distribuire l’uno e l’altro in maniera equanime.
Se queste sono le coordinate della sfida, è lecito chiedersi in che misura possono farne parte, e giocarla insieme, quei soggetti politici che chiedono più Europa e quelli che, come Giorgia Meloni, l’Europa vogliono cambiarla. La prima risposta a questa domanda, ancorché implicita, sta proprio nella relazione del governatore di Bankitalia. 
Chiunque s’intesti la rappresentanza dell’europeismo, fa intendere Panetta, non può che avere un giudizio positivo della globalizzazione. Ecco il primo spartiacque. Se la globalizzazione ha portato in venti anni la povertà assoluta nel mondo da due miliardi a 800 milioni di persone, se pure questa riduzione della povertà è concentrata in aree del pianeta diverse dall’Europa, se in Europa il potere d’acquisto del cosiddetto ceto medio è diminuito, non tanto rispetto a ciò che si ha, quanto rispetto a ciò che si aspira a possedere, se insomma questa complessità ha messo in crisi istituzioni e società, noi non possiamo maledire la globalizzazione, ma dobbiamo piuttosto sostenerla, correggendone alcuni suoi effetti paradosso e alcuni eccessi. Il perché lo ha spiegato ieri Massimo Adinolfi, raccontando l’europeismo con l’etica di Kant: c’è nella cultura europea una quota di irriducibile cosmopolitismo, che lega l’offerta politica all’avanzamento universale della condizione umana, che legittima l’anelito a promuovere il modello democratico in ogni dove e che impone di considerare il problema della solidarietà pregiudiziale rispetto a qualunque progetto politico e civile.
Tuttavia c’è anche una seconda risposta al quesito su chi e come può cambiare l’Europa. Ed è tratto dalle critiche che il pensiero conservatore muove alle élite del Vecchio Continente. Il progresso da queste immaginato come un processo lineare, fondato sulle libertà individuali, sul multiculturalismo, sulla secolarizzazione, sul multilateralismo, sul superamento dello stato nazionale, sull’incremento del benessere e della mobilità sociale, ha scoperto all’Occidente il suo lato oscuro. Ha diviso le nostre società in modo verticale. Di qua i vincitori, sempre di meno, sempre più assediati in una autoreferenzialità che mostra la debolezza della loro leadership e la vanità dei loro saperi. Di là i perdenti, moltiplicati dall’impoverimento della classe media e da una sperequazione della ricchezza che ha raggiunto il livello degli anni Trenta del Novecento, storditi ed eccitati insieme da una cultura di massa che promette diritti à gogo e false inclusioni, e condanna alla marginalità e all’analfabetismo cognitivo.
Ma c’è anche un’altra mancanza, che si esprime a un livello più profondo, e che tuttavia, secondo il pensiero conservatore, spiega l’impasse dell’Europa. Potremmo definirla un deficit di verità. Consiste nell’assenza di un’istanza valoriale che definisca un sentire comune europeo, tanto più urgente quanto più la laicità tende a esiliare l’ethos cristiano dalla sfera pubblica. L’effetto è una democrazia degenerata in un esercizio procedurale privo di sostanza politica, di memoria storica e di obiettivi etici.
La difesa della globalizzazione e il Rinascimento dell’Europa non sono incompatibili. Di più, sono una necessità storica di fronte al disordine mondiale, alle transizioni energetica, digitale e demografica, che ci stanno di fronte, alle guerre che insanguinano i confini geografici e simbolici del Vecchio Continente. Per questo è giusto dire, come fa il capo dello Stato, che con il voto dell’8 giugno consacriamo la sovranità europea, che non è alternativa a quella nazionale. E qui verrebbe da dire che gli altri hanno capito ciò che noi, cittadini europei, rifiutiamo. Lo hanno capito gli afghani, aggrappati ai carrelli degli aerei nel tentativo disperato di raggiungere l’Occidente. Lo hanno capito le ragazze di Teheran che sfidano una teocrazia feroce, scoprendo il volto e rivendicando nelle piazze il diritto alla bellezza. E ancora i cittadini ucraini, gelosi della propria identità, e tuttavia da due anni in trincea e sotto i palazzi bombardati per continuare a sentirsi «europei». Vuol dire che, se pure la storia temporaneamente arretra, espandendo regimi e autocrazie nel pianeta, la civiltà sotto traccia cresce e si diffonde come un valore universale. Perché l’Europa brilla altrove più di quanto noi sappiamo vedere con i nostri occhi stanchi.
Quest’asimmetria tra storia e civiltà ci interroga e ci chiama a una nuova responsabilità. È l’ora di ridare un prezzo giusto ai diritti. E di rimettere in connessione le culture su cui l’Europa si fonda, cioè il liberalismo, il riformismo e il moderatismo cristiano. In nome di una forse inedita necessità storica. Di fronte all’impatto della tecnofinanza sulle società e sugli Stati, il liberalismo deve rinunciare alla tentazione di un’autoregolazione assoluta del mercato, riconoscendo alla politica un ruolo a difesa dell’interesse collettivo. Di fronte al dirittismo civile e sociale, che corporativizza gli interessi e pone la democrazia in ostaggio delle minoranze organizzate, il riformismo deve riagganciare i diritti ai doveri, dialogando anche con l’etica cristiana, che da sempre nello spazio pubblico rappresenta un sedimento di valori e di responsabilità. Mai come adesso gli elementi di convergenza tra le culture qui considerate sono prevalenti rispetto ai distinguo e alle contrapposizioni. Mai come stavolta le elezioni europee sono l’occasione di un compromesso possibile e necessario, capace di rifondare il patto rappresentativo e archiviare finalmente il decennio populista”.