TikTok alla sfida delle challenge: luci e ombre dell’ultimo provvedimento dell’AGCM

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L’Antitrust ha sanzionato la piattaforma cinese per le sfide autolesionistiche presenti tra i contenuti e il loro sfruttamento a fini commerciali, a danno dei più giovani. Con il contributo dell’avvocato Matteo Farneti e del professor Stefano Benzoni, Prima Comunicazione vuole aiutare i suoi lettori a capire le implicazioni del provvedimento

Con il recente provvedimento PS12543, l’Autorità Garante della Concorrenza e del Mercato (AGCM) ha sanzionato TikTok in relazione alla challenge della ‘cicatrice francese’, contestando alla stessa piattaforma, inter alia, di avere permesso la diffusione di contenuti che sarebbero in grado di minacciare la sicurezza psico-fisica di bambini e adolescenti (ex art.21(4) del Codice del Consumo) e di avere indebitamente condizionato i propri utenti attraverso la riproposizione di contenuti che ne sfrutterebbero la vulnerabilità (ex art. 25(1)(c) del Codice del Consumo).

L’Autorità ha fondato parte della sua decisione circa la pericolosità delle pratiche contestate sulle considerazioni scientifiche di alcuni esperti, tra cui il Direttore dell’Unità Operativa Complessa di Neuropsichiatria Infantile dell’Ospedale Pediatrico Bambino Gesù di Roma.
Se a prima vista, in alcuni casi estremi, talune challenge sembrano potere comportare diverse forme di rischio per la salute degli utenti, allo stesso tempo occorre interrogarsi, da un lato, se sia opportuno che ad occuparsene sia l’AGCM nell’ambito dei poteri di intervento in materia di pratiche commerciali scorrette e, dall’altro, se sia corretto contestare una responsabilità omissiva alle piattaforme e non invece ai creatori dei contenuti e delle sfide interessate.

Per queste ragioni, anche Prima Comunicazione ha deciso di discutere delle implicazioni del provvedimento sotto un duplice angolo, quello scientifico, con il Prof. Stefano Benzoni, docente di Neuropsichiatria infantile presso la facoltà di psicologia dell’Università Bicocca di Milano e, sul piano giuridico, con l’Avv. Matteo Farneti dello Studio Linklaters, esperto di pratiche commerciali scorrette in violazione del Codice del Consumo.

Matteo Farneti

Perché se ne sta occupando proprio l’AGCM? Com’è possibile che delle sfide, peraltro “gratuite”, tra adolescenti possano costituire delle pratiche “commerciali” scorrette?
Farneti: “La decisione dell’AGCM non sorprende. Il provvedimento in esame fotografa, infatti, il ruolo sempre più espansivo che l’Autorità vuole ritagliarsi nella sfida alle grandi piattaforme tech in un quadro complessivo nel quale, grazie all’entrata in vigore dei Regolamenti UE DMA e DSA, buona parte degli interventi nei loro confronti sono stati, di fatto, avocati dalla Commissione.
Nel cercare di perseguire tale scopo, l’AGCM ha ormai da tempo “stirato” molto la nozione di pratica “commerciale” scorretta, di cui al Codice del Consumo (si veda ad es. quanto contestato a Google), individuando la stessa nell’utilizzo dei dati degli utenti da parte delle piattaforme con contestuale rivendita degli stessi a fini pubblicitari.
L’elemento di scorrettezza contestato nei provvedimenti passati sarebbe sostanzialmente consistito nella non adeguata informativa all’utenza circa l’utilizzo a scopo pubblicitario di tali dati, specie nel momento della registrazione alle varie piattaforme e nelle modalità di raccolta del consenso anche attraverso i cosiddetti cookie e le relative informative sul trattamento dei dati ai sensi del GDPR).
Nel caso di specie, l’AGCM sembra avere effettuato un nuovo salto di qualità. Poche settimane prima del provvedimento TikTok, aveva chiuso con impegni un caso simile nei confronti di un produttore di patatine piccanti (Dave’s) per una challenge legata però ai propri prodotti (cd Hot chip challenge).
Ora contesta a TikTok una responsabilità indiretta, peraltro nemmeno rispetto a comunicazioni perfezionatisi in sede di registrazione dell’utente, ma addirittura per non avere assolto a un onere di vigilanza in corso di rapporto, in merito a dei contenuti – quali le challenge – che avrebbero la “colpa” di trattenere più a lungo l’utente sulla stessa piattaforma (favorendone, di conseguenza, una maggiore profilazione). Contenuti peraltro creati da altri (gli utenti stessi)”.

Stefano Benzoni
Stefano Benzoni

Da cosa nasce questa attenzione trasversale alle sfide tra adolescenti sui social? Queste esperienze possono davvero causare una forma di “addiction” sovrapponibile a quella indotta da sostanze stupefacenti, come ipotizzato dall’AGCM?
Benzoni: “Il termine addiction ha molte declinazioni diverse. In generale, numerosi studi confermano che esperienze immersive prolungate sui social (per esempio guardando a lungo reel su Instagram o TikTok, oppure giocando a videogame), possono generare fenomeni di dipendenza e assuefazione, mediati da meccanismi simili a quelli connessi all’uso di sostanze.
È importante sottolineare tuttavia che queste forme di “dipendenza” possono essere molto diverse per ogni persona e riguardano sempre reazioni che accadono simultaneamente a livello neurale e psicologico. Le due dimensioni coesistono e interagiscono in modo complesso e interdipendente. Naturalmente, è noto che l’impatto di queste esperienze è maggiore in infanzia e in adolescenza sia per la maggiore “recettività” del sistema nervoso centrale a queste età (in particolare nei momenti di transizione tra una fase evolutiva e l’altra), sia per la vulnerabilità e l’immaturità psicologica, affettiva ed emotiva che caratterizza i ragazzini.
In ogni caso, sebbene gli studi scientifici su questo fronte siano già molto numerosi, essi sono ancora in una fase relativamente iniziale e le nostre conoscenze necessitano ancora di molti approfondimenti”.

Ci sono rischi di conflitto di competenze con altre autorità? Le imprese non rischiano di perdersi tra una pluralità di normative, spesso contraddittorie?
Farneti:
“In effetti, questo rischio c’è. E tale conflitto è esploso già nello stesso provvedimento TikTok, quando un’altra autorità (l’AGCom) si è rifiutata di rilasciare il proprio parere (obbligatorio) sul provvedimento dell’AGCM, in quanto non ha ravvisato nella pratica contestata alcun carattere “commerciale” e sollevando, di fatto, un vizio di competenza dell’AGCM.
Del resto, la piena competenza a valutare questo tipo di condotta è rivendicata dalla stessa AGCom, che era infatti già intervenuta nei confronti di TikTok a febbraio, in attuazione del proprio regolamento di vigilanza sui contenuti trasmessi sulle piattaforme, di cui all’art. 41(7) del TUSMAR (delibera n. 298/23/CONS).

L’espansionismo dell’AGCM rischia peraltro di incrociare le strade di altre autorità, con esiti talvolta paradossali. In alcuni casi, una medesima condotta potrebbe essere sanzionata più volte ma da angoli diversi (con rischio di violazione del principio del ne bis in idem). In altri casi, invece, l’AGCM potrebbe contestare condotte che sono invece ritenute sostanzialmente lecite da parte di altre autorità. Si pensi ad esempio, ai richiamati meccanismi di raccolta del consenso sul trattamento dei dati personali ai sensi della normativa GDPR”.

E’ vero, come ipotizzato nel provvedimento, che forme di autolesionismo lieve (come quelle legate alla challenge della cicatrice francese) potrebbero essere precursori di forme più gravi?
Benzoni:
“I comportamenti autolesivi non suicidali (NSSI) sono un fenomeno sempre più frequente anche in ragazzini preadolescenti. In ambito clinico si tende a distinguere questi comportamenti dai veri e propri tentativi di suicidio, che sono molto più rari e più gravi, perché le strategie di trattamento e gestione sono in parte diverse.
Tuttavia, anche se questa distinzione è importante sotto molti aspetti clinici, è indubbio che i NSSI si associano molto spesso a quadri clinici dove è anche presente un rischio suicidale.
Inoltre, essi riflettono sempre una crisi che riguarda simultaneamente il rapporto con la gestione dell’impulsività, la percezione del corpo e difficoltà di gestione delle emozioni negative.
Per questi motivi, anche se probabilmente non esiste una continuità “automatica” tra i primi e i secondi, è anche chiaro che spesso i NSSI si accompagnano a situazioni critiche meritevoli di ogni cura e attenzione. Dunque, è verosimile che essere indotti a NNSI attraverso challenge online, possa rappresentare la porta di ingresso di distorsioni comportamentali che possono poi favorire evoluzioni psicopatologiche verso quadri a rischio elevato, incluse quelle con rischio suicidale.
Ciò è particolarmente vero negli adolescenti e ancora di più nei preadolescenti, che tendono a imitare i comportamenti di compagni più grandi, e rischiano di mettere in atto comportamenti con gravi rischi per la propria incolumità, anche indipendentemente dalla presenza di una intenzione a procurarsi la morte. Ovviamente anche su questo fronte sarebbe indispensabile disporre di studi più accurati”.

Quali sono gli altri rischi legati all’esposizione alle challenge di bambini e adolescenti?
Benzoni:
“Un aspetto, tra molti, certamente meritevole di riflessione riguarda il fatto che le challenge tendono a replicare molti degli aspetti “addictive” tipici del gaming. Generare esperienze che comportano una qualche gratificazione immediata, interattività, competitività e socializzazione.
È facile comprendere come questi aspetti possano diventare estremamente insidiosi quando i reel attivano sfide in qualche modo inerenti la salute mentale (come nel caso delle challenge autolesive), anche indipendentemente dai rischi relativi alla suicidalità.
Più in generale, nell’esperienza clinica assistiamo a un’esplosione di fenomeni imitativi legati a contenuti relativi alla salute mentale da parte di ragazzini anche giovanissimi, in un repertorio che va dai gesti autolesivi all’auto-attribuzione di diagnosi, all’imitazione di sintomi e disturbi comportamentali. Il fatto che “avere una diagnosi” possa diventare culturalmente desiderabile apre scenari insidiosi, certo meritevoli di molta attenzione”.

Come può l’AGCM decidere su temi scientifici così delicati?
Farneti
: “uno dei punti più controversi del provvedimento riguarda le modalità con le quali l’AGCM ha raccolto il parere del Professore dell’Ospedale Bambino Gesù in merito alla pericolosità per i minori delle challenge. Considerazioni che sono state formulate nel corso di un’audizione che, in ultima analisi, mi pare sia stata decisiva rispetto al contenuto del provvedimento finale.
Invece che utilizzare l’art. 13 del proprio Regolamento sulle procedure istruttorie, che prevede che l’Autorità possa autorizzare perizie e procedere con la consultazione di esperti terzi e che permette alle parti, nel rispetto della tutela del contraddittorio, di nominare a loro volta esperti tecnici che assistono alle operazioni del consulente dell’Autorità, è stato utilizzato il diverso strumento dell’art. 12, che disciplina la richiesta di informazioni (anche a terzi), senza la necessità di instaurare un contraddittorio tecnico.
A quel che mi risulta, quando deve acquisire un parere tecnico di un terzo, l’AGCM è solita utilizzare l’art. 13, garantendo così il relativo contraddittorio. Questa volta ha invece intrapreso una strada procedurale diversa e, vista la rilevanza dell’audizione richiamata ai fini del provvedimento finale, mi pare che questa scelta procedimentale un certo peso lo abbia avuto”.

Forse la semplice domanda di fondo da porsi è: le piattaforme sono effettivamente responsabili dei contenuti caricali dagli utenti?
Farneti:
“Questa è secondo me una delle domande chiave dei nostri tempi e che incrocia temi, se vogliamo, ancor più rilevanti rispetto a quello in esame.
La regolazione dei contenuti pubblicati sulle piattaforme social è ormai da anni al centro del dibattito pubblico nelle democrazie liberali occidentali, strette tra la necessità di salvaguardare libertà di espressione e pluralismo e, al contempo, evitare la diffusione di contenuti illegali e fake news.
La risposta fornita dalla Commissione UE alla domanda sulla responsabilizzazione mi pare sia “dipende”. L’art. 6 del DSA prevede, infatti, ad esempio che “il prestatore del servizio non è responsabile delle informazioni (…) a condizione che detto prestatore: a) non sia effettivamente a conoscenza delle attività o dei contenuti illegali e, per quanto attiene a domande risarcitorie, non sia consapevole di fatti o circostanze che rendono manifesta l’illegalità dell’attività o dei contenuti; oppure b) non appena venga a conoscenza di tali attività o contenuti illegali o divenga consapevole di tali fatti o circostanze, agisca immediatamente per rimuovere i contenuti illegali o per disabilitare l’accesso agli stessi”.
Tornando alle challenge, da quello che si comprende il numero di video caricati sulle piattaforme de qua, sono per numero, e talvolta capacità di “aggiramento”, tali da rendere molto complicato predisporre dei controlli effettivamente efficaci persino per degli operatori di tale rilevanza.

La stessa AGCom aveva tenuto in passato un atteggiamento in passato piuttosto prudente, salvando una piattaforma da alcuni dei contenuti ivi pubblicati in quanto la stessa “non aveva avuto modo di verificare ex ante la linea editoriale e i relativi contenuti”.
Forse, in futuro non troppo remoto, strumenti come l’intelligenza artificiale potranno rendere possibile questo controllo.