Delle erbe il catalogo è questo

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Parte dalle Università di Firenze e Padova la grande iniziativa di digitalizzazione dell’Erbario centrale italiano, che dovrebbe essere ultimata entro la fine dell’anno.
L’operazione, del valore di 7 milioni di euro, fa parte del National Biodiversity Future Center, di cui è presidente Luigi Fiorentino. Nbcf è un progetto triennale legato al Pnrr per valorizzare la biodiversità, di cui l’Italia è particolarmente ricca. E per mettere a sistema le tante ricerche, start up, lavori che troppo spesso procedono indipendentemente l’uno dall’altro.

Nell’erbario milioni di esemplari

Ogni giorno – spiega la responsabile scientifica per il progetto di digitalizzazione, Elena Canadelli – vengono digitalizzati dalle 10 alle 12mila schede contenute nell’Erbario centrale di Firenze. Si tratta di circa 2,5 milioni e mezzo di esemplari raccolti da fine Settecento ad adesso.
In ogni scheda, oltre al nome del pianta, si trovano altre informazioni utili per capire come si evolve il nostro mondo vegetale, come cambia il clima (lo si deduce, per esempio, dalle fioriture che mutano con il passare degli anni), quali specie sopravvivono e quali no…

Luigi Fiorentino

Fotografare e divulgare

A compiere l’impresa tecnologica, che assomiglia a una catena di montaggio in cui le schede vengono fotografate da un paio di gigantesche apparecchiature di imaging, sono alcuni giovani (spesso neolaureati in Biologia) della Picturae, azienda olandese specializzata da 25 anni nella digitalizzazione.
Il loro lavoro dovrebbe essere completato entro la fine dell’anno.
A quel punto, l’erbario digitalizzato, che continuerà progressivamente ad arricchirsi, potrà svolgere al meglio la propria funzione di divulgazione, oltre che di ricerca. E costruire una conoscenza non necessariamente rivolta ai soli botanici: anche storici, geografi, biologi e altri ricercatori potranno, attraverso l’analisi delle piante e la loro evoluzione, approfondire studi e curiosità.
Un esempio? Alessio Papini, referente scientifico del progetto, spiega come l’Artemisia sia “il più potente antimalarico”, e proprio grazie alla digitalizzazione si potrà capire dove trovarlo in grande quantità.