Alessandro Giuli (foto Ansa)

Giuli, Gramsci e il rapporto tra politica e cultura

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Sull’ultimo numero di 7 del Corriere della Sera (venerdì 14 giugno) compare un articolo su un possibile avvicendamento al Ministero della Cultura tra Gennaro Sangiuliano e Alessandro Giuli, che ho avuto il piacere di intervistare recentemente per Prima (marzo 2024).

Confermo il ritratto che di Giuli fa Fabrizio Roncone: uomo ed intellettuale pacato ed elegante, lontano mille miglia dalle baruffe mediatiche e dalle gazzarre incivili in parlamento.
Anzi, leggendo il suo ultimo “pamphlet” – così Giuli definisce il suo libro, quasi volendogli dare una patina ulteriore di understatement – è un invito alla costruzione di un confronto intellettuale e politico paradossalmente ‘inattuale’, come scriveva Thomas Mann. Il libro si intitola “Gramsci è vivo” e si può ben immaginare il fastidio che possa provocare una ‘appropriazione’ da destra del pensiero del fondatore del partito comunista italiano.
Ma a leggere bene il Giuli-pensiero non si può non essere d’accordo con i termini più rilevanti del suo vocabolario politico-intellettuale: identità, comunità, linguaggio, rispetto, appartenenza, mediazione, tolleranza. Il termine ‘confine’ rappresenta un ‘segno che si può spostare.
Se ne possono fare di nuovi’ e ancora i ‘I confini sono i valori non negoziabili e non rinnegabili che stanno al cuore dell’identità collettiva’.

La giornalista scientifica Gaia Vince, in un bellissimo libro edito lo scorso anno da Bollati Boringhieri ‘Il secolo nomade’, invita a pensare a quanto i confini geografici sono e saranno sempre più spazzati via dai
mutamenti antropologici prodotti dalle migrazioni ‘climatiche’.
Quindi il clima deve cambiare, o meglio come Giuli invita a fare nel suo libro è che noi dobbiamo cambiare il clima, sia come difesa della terra che come difesa del pensiero dell’uomo. Ancor più nell’epoca della stravolgente rivoluzione dell’intelligenza artificiale.
Giuli scrive bene, cita con piacere e sapienza i classici latini e greci e si illumina quando parla di Roma e della sua storia. C’è nostalgia in questo? Credo sinceramente di no, anzi. C’è la consapevolezza della bellezza e del valore della lingua, della storia, degli strati ‘geologici’ della nostra cultura.

Nella sua veste di presidente del MAXXI Giuli sta mettendo a frutto le sue doti di gentile arbitro delle discussioni e delle contrapposizioni, spesso vitali, che la cultura può offrire per una rigenerazione del nostro essere contemporanei.
Alla fine del libro un capitolo è dedicato al tema dell’egemonia cultura, ma a ben guardare risulta quasi, se non inutile, assai superato da quanto Giuli stesso scrive nelle pagine precedenti.
Il tentativo genuino e sincero di superamento delle contrapposizioni dirette, degli scontri frontali, degli aut-aut è, se non l’unico, il più praticabile perché in Italia si torni ad un rapporto fecondo tra cultura e politica e viceversa.
Certo non aiutano i linguaggi urlati e gli slogan che esibiscono i trofei del nemico battuto. La destra, proprio perché governa oggi il Paese, dovrebbe per prima ricostruire un tessuto di dialogo che è fatto prima di tutto di parole e di rispetto. Il nostro vocabolario è ricchissimo, eppure lo usiamo sempre meno ed è triste, se non oltraggioso, se anche la radio della Confindustria, che rappresenta la classe dirigente del Paese, permetta l’uso smodato e scurrile di parole che deturpano la nostra lingua solo per inseguire l’audience.
Perché le parolacce creano attrazione? Freud sosteneva che il parlar male serve ad esprimere la pulsione sessuale e ad infrangere i tabù. Ma siamo davvero messi così male?
Mi piacerebbe che Alessandro Giuli diventasse Ministro della Cultura del Governo italiano e che si impegnasse a ricostruire il rapporto tra politica, cultura e cittadini e che inaugurasse una stagione di parole vere, dense di significato e consapevoli.
Una piccola scuola di apprendistato linguistico per i nostri politici, non solo di una parte ma di tutte le parti.