Giorgio Parisi (Foto LaPresse)

La sanità è malata serve subito una cura

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Nonostante denunce e appelli, il settore si orienta verso un modello privatistico a scapito degli investimenti nelle strutture pubbliche. E un italiano su cinque abbandona i trattamenti per i costi insostenibili

CONVERGENZA – Prima Comunicazione, Aprile-Maggio 2024

Qualche settimana fa è stata pubblicata una lettera firmata da scienziati e ricercatori (Ottavio Davini, Enrico Alleva, Luca De Fiore, Paola Di Giulio, Nerina Dirindin, Silvio Garattini, Franco Locatelli, Francesco Longo, Lucio Luzzatto, Alberto Mantovani, Giorgio Parisi, Carlo Patrono, Francesco Perrone, Paolo Vineis) in cui si denunciavano preoccupazioni per la situazione sanitaria del nostro Paese. Un fatto in sé grave (chi firma ha responsabilità e competenze sui temi della salute e della scienza), ma ancora più grave è che questa lettera sia passata quasi inosservata. Questo silenzio, insieme ad altri, è significativo del fatto che i grandi problemi sociali (un altro è la crescente area della povertà) non vengono seriamente affrontati e discussi. E quello della salute è il problema numero uno per gli italiani. Infatti, dall’Osservatorio Makno di marzo 2024 (su un campione di 2.400 casi) alla domanda “lei di cosa ha paura?”, la risposta, nel 65% dei casi è stata “delle malattie mie o dei miei familiari”; le altre paure sono la guerra (62%), diventare povero (57%), perdere/non trovare lavoro (35%).

La crisi della sanità coinvolge simultaneamente molti elementi:

1) l’inefficienza della struttura organizzativa (attese chilometriche per esami fondamentali per cui il cittadino deve passare al privato o semplicemente rinunciare alla cura);

2) fatiscenza delle strutture fisiche e della funzionalità degli ospedali che sono vecchi mediamente di oltre 60 anni;

3) insufficienza del personale medico che, pur mantenendo un buon livello di qualità formativa, tende, per opportunità di guadagno e di crescita scientifica, a emigrare;

4) carenza nel personale di supporto, di servizio e infermieristico, sia dal punto di vista della copertura dei posti sia della preparazione tecnica che, con il diffondersi delle malattie croniche, diventa sempre più complessa.

Mali non nuovi, ma che hanno trovato un’accelerazione dopo il Covid e dopo varie pratiche e annunci di tagli da parte del governo e delle regioni. Un passaggio che diventa allarme da parte di molti ‘pezzi’ sociali perché sottende da una parte l’orientarsi della sanità verso un modello privatistico (vedi la Lombardia) a discapito degli investimenti nella struttura pubblica, dall’altra la sostanziale cancellazione di una politica di welfare a fronte di una popolazione anziana che diventa sempre più malata cronica (oltre il 35%) e che quindi ha bisogno di stabilità e sostegno nei servizi. Il tutto procede a macchie di leopardo con regioni a velocità diverse – ovviamente l’Emilia non è la Calabria – ma la struttura regionale che alimenta le differenze aumenta in generale la percezione che ci sono forti diseguaglianze sociali nella sanità; più del 70% pensa che la sanità sia una cosa per privilegiati.

L’ultimo rapporto Censis segnala che oltre il 20% degli italiani abbandona le cure mediche per i costi e i tempi insopportabili. La rinuncia alla cura in una società vecchia sempre più malata è un dato che va oltre l’aspetto medico sanitario: indica un malessere, un fatalismo che genera depressione e che toglie energia sociale. Al di là di quello che potranno nella propria autonomia fare le regioni, questo cedimento del nostro welfare è preoccupante perché crea effetti eco (e già la speranza di vita è calata negli ultimi anni dello 0,2%) in tutto il sistema sociale. Se si correla questa tendenza, che si accentua nella popolazione oltre i 60 anni, con quella dei giovani fra i 18 e i 24 che hanno per quasi il 20% problemi di salute, soprattutto psichiatrica, non curati (vedi anche la recente denuncia della Società italiana di psichiatria) si comprende che questo malessere nella salute è una vera e propria tenaglia. Un paradosso per un sistema sanitario nazionale che per decenni è stato considerato, insieme a quello francese, il migliore al mondo.