La vicedirettrice del Mundo Deportivo: oggi non chiamano la professionista, vogliono le tette

Condividi

Cristina Cubero, classe 1968, è la vicedirettrice del Mundo Deportivo. Ha seguito otto Mondiali, a Parigi sarà alla sua settima Olimpiade. E sette sono gli Europei, le Copa América e i Super Bowls che ha in curriculum. El Mundo (il quotidiano generalista, quello non Deportivo) l’ha intervistata per parlare dello stato del giornalismo sportivo.

“Sono entrata al Mundo Deportivo nel 1987 per puro caso. Non volevo fare la giornalista, non avevo vocazione, ma sono finita lì come stagista per tre anni e gli stagisti fanno sempre gli sport che nessuno vuole fare. Divenni esperta di football americano, mi mandarono a intervistare John Montana e da lì, al Super Bowls”, dice Cristina Cubero ripresa da Il Napolista.

“Come donna, non penso che il giornalismo sportivo sia stato quel mondo sessista di cui parliamo sempre. Ci sono delle cose, ovviamente, ma 22 anni fa ero già conduttrice di talk show alla radio. E non perché sono una donna. Ho fatto Mondiali ed Europei dove eravamo io e 500 uomini, ma nessuno mi vedeva come una donna. Nessuno. Era solo un’altra giornalista. La mia condizione di donna ha fatto notizia solo una volta nella mia vita. Nel 1997, quando fui la prima donna ad entrare in un campo di calcio in Arabia Saudita. Sono andata con la squadra brasiliana alla Confederations Cup e loro volevano comprarmi. Quando sono arrivata, non volevano darmi nemmeno la camera d’albergo perché non viaggiavo con mio marito o mio padre. Per risolverlo è dovuto scendere Mario Zagallo”. “Sono finita sulla stampa mondiale come la prima donna a entrare in un campo e, dopo pochi giorni, la mia scorta mi ha detto che un principe voleva comprarmi. Gli ho detto: non sono in vendita. E lui ha risposto: tutti gli occidentali hanno un prezzo. Avevo 28 anni e mi disse: “Sei vecchia, sei occidentale e sei usata, quindi, vali meno di un cane“. Non ero vergine, quindi gli ho detto che ne tenesse conto nel fare la valutazione. E lui disse: “Il tuo prezzo è di 800.000 dollari in oro”. Gli ho risposto: “Beh, non chiamare il mio partner con l’offerta…”.

“Non ho mai avuto problemi nella professione per il fatto di essere donna. Non ho mai avuto problemi con un giocatore, un allenatore o un dirigente. Non ho mai dovuto proteggermi perché sono una donna. Non mi è mai successo niente. Un altro problema sono i giornalisti stessi. Quando cominciai a dare tante notizie, da far invidia in alcuni ambienti professionali e, in un programma radiofonico, un collega di un altro media sbottò: “Hanno visto Cristina Cubero uscire dalla casa di Francesco Coco!”. Mi ha fatto male”.

Invece dice che adesso è peggio di trent’anni fa: “Mi stanno succedendo cose che non mi erano capitate in 35 anni di carriera. Io per esempio non parteciperò mai ad un dibattito in cui siamo solo donne, mi rifiuto. Non andrò in giuria perché sono una donna. Oggi, per politica ed estetica, chiamano molte donne per raggiungere la quota e, infatti, non mi vogliono perché ho un messaggio totalmente diverso dal discorso prevalente. Dicono: non puoi fare carriera se sei madre. Mio figlio ha 19 anni, l’estate che è nato sono andata agli Europei e il ragazzo non ne è uscito con due teste e quattro code. Quando la mamma andava a un grande torneo, restava con papà e non succedeva niente. Siamo noi che dobbiamo cominciare a capire che la nostra vita deve essere così e che io non sono una cattiva madre perché sono andata un mese ai Mondiali, mannaggia”. “Adesso mi trattano davvero da donna, ora mi chiamano perché vogliono delle tette, ora ci sono donne che fanno lavori senza avere un curriculum per esserci”. “Stiamo vivendo il momento migliore per lo sport femminile spagnolo e, allo stesso tempo, il momento peggiore della nostra vita per essere una giornalista sportiva”.

Cubero è la giornalista di “fiducia” delle grandi star del calcio, da Ronaldo – quello originale – a Messi. Il trucco? “Trattare anche la più grande stella come una persona normale e reale, perché loro sono quello e quasi nessuno lo fa. L’unico al mondo a conoscere la verità è il calciatore stesso. Ad esempio, non parlo con i procuratori. Mai, non mi interessano perché sono loro che filtrano e voglio guardare negli occhi il protagonista e chiedergli cosa c’è che non va. Dimentichiamo che sono, in realtà, persone come te e me. Non invidio le loro vite”. “Sì, calciano un pallone e guadagnano un sacco di soldi, ma io non voglio quei soldi”.

“Il giornalismo è nel portiere dello stadio e nel cameriere alla mensa. Ti spiegano perché nelle società di calcio le cose accadono tanto o più delle stelle”.

(…)