Attilio Bolzoni / Controvento

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Attilio Bolzoni, collaboratore del quotidiano ‘Domani’ e per lunghissimi anni inviato di ‘Repubblica’, è un grande cronista. Per il giornale fondato da Scalfari ha raccontato principalmente le storie legate alle questioni di mafia, ma le sue cronache sono datate anche Kabul e Bagdad da dove ha raccontato la crudeltà e la miseria generata dalle guerre. In ‘Controvento’ Bolzoni ha raccolto un’ottantina di articoli tra i più significativi della sua produzione giornalistica. Un libro animato dalla stagione mafiosa ma anche dai bellissimi racconti dal deserto che vedono come protagonista il “popolo nero in fuga”. Ai lettori di Primaonline Bolzoni spiega il senso di questo suo lavoro.

“Più della mafia avevo voglia di far conoscere Palermo, la mia Palermo, quella dove ho vissuto per venticinque anni. E la Sicilia, da lato a lato, da mare a mare, passando per le infuocate terre di mezzo che si vedono anche nella copertina del mio ‘Controvento’, con quel cane che sembra uscire dalle ferite di una montagna fiutando qualcosa.
Proprio come uno di noi, proprio come un giornalista. E non è stato forse un giornalista – Diego Enrique Osorno, giovanissimo talento del nuevo periodismo latino americano – a darmi l’idea di un cane da caccia per presentare quasi mezzo secolo di reportage, di inchieste, di interviste? Un viaggio intorno a un’isola e intorno al mondo che ho raccolto in questa antologia, un’ottantina di “pezzi” sulle migliaia che ho scritto.

Ma non ho avuto grandi difficoltà a individuare gli articoli da scegliere, direi che si sono scelti da soli, con naturalezza. Anno dopo anno, argomento dopo argomento, di luogo in luogo.
C’è la spaventosa Palermo dei Vito Ciancimino e dei Totò Riina e c’è la Sicilia di Leonardo Sciascia e di Letizia Battaglia, c’è l’orrore di Corleone e ci sono gli incontri con Giovanni Falcone e Paolo Borsellino. C’è la Calabria che ho raggiunto sopra quello che ho sempre definito “il corpo di reato più lungo della terra”, i 443 chilometri dell’autostrada Salerno-Reggio Calabria, percorso ingannevole che precipita verso un Ponte ancora invisibile. C’è lo Stretto con i suoi miti e i suoi miraggi. Ci sono i racconti al di là del mare, fino alle prime dune di quel deserto attraversato dal popolo nero in fuga.

Per cominciare questo libro ho sfogliato quattro decenni di collezioni di Repubblica, il giornale dove ho lavorato per una vita. E, anno dopo anno e pagina dopo pagina, ho capito che lo scrivere lento è un privilegio che raramente mi è stato concesso. Ma non me ne sono mai lamentato, perché l’ha deciso il lavoro che ho scelto, mestiere che ha segnato i miei tempi e mi ha trascinato in una lunghissima avventura”. (Attilio Bolzoni)