ESG e sostenibilità, perché le aziende ci scommettono ancora

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La sostenibilità continua più che mai a essere un driver fondamentale del business: persino la Cina comincia ad adottare regole di tipo europeo. Il punto di vista di Riccardo Giovannini, Sustainability Leader di EY Italia

Sembra ieri, ma sembra passato un secolo, dal punto di vista politico e della cultura sociale e aziendale. Fino al 2021, appena usciti dalla pandemia, eravamo tutti d’accordo: nulla sarà come prima, per curare l’umanità bisogna curare il pianeta malato. Era l’epoca di Greta Thunberg, del Green New Deal americano ed europeo, e in tutte le aziende ci si sforzava di elaborare strategie per abbattere le emissioni e rispettare i criteri di sostenibilità, i cosiddetti criteri ESG (Environmental, Social, Governance). Poi è successo qualcosa: la guerra in Ucraina, la crisi recessiva e inflazionistica innescata dalla guerra, che ha messo in moto quello che nei paesi anglosassoni viene chiamato il green backlash, la reazione contro il green. Ma come stanno veramente le cose? È davvero finita la stagione della sostenibilità in azienda e nella società? 

Spoiler: la risposta è un risonante “no”. Nonostante tutto, la sostenibilità continua più che mai a essere un driver fondamentale del business, tanto che la stessa Cina comincia ad adottare per le sue aziende regole decisamente simili a quelle adottate in Europa (e di recente, in prospettiva, ulteriormente ampliate). Ma allo stesso tempo è forse il caso di affermare che perseguire una sostenibilità puramente “cartacea” e burocratica, basata sulla misurazione della performance in relazione a centinaia di obiettivi di sostenibilità, come sembra voler imporre la direttiva europea CSRD (Corporate Sustainability Reporting Directive che verrà adottata nei prossimi due anni), non risolve i problemi concreti del Pianeta e delle aziende intenzionate a fare affari.   

Il green backlash?

Le notizie più clamorose sono arrivate nel corso del 2023 dagli Stati Uniti. Lo scorso marzo il presidente Joe Biden ha dovuto ricorrere al veto per bloccare una proposta repubblicana che voleva impedire ai gestori dei fondi pensione di basare le decisioni di investimento su fattori come il cambiamento climatico, la diversità e l’inclusione e in generale tutte le scelte basate su criteri ESG. Il provvedimento, votato anche da due senatori democratici di destra, ma che aveva obiettivamente zero possibilità di passare, avrebbe sostanzialmente impedito ai gestori dei fondi pensione, che muovono 12 triliardi di dollari, di considerare nelle loro decisioni la sostenibilità.

L’operazione fallita si inserisce nell’offensiva culturale “antiwoke” (imitata da taluni anche in Europa) che addirittura denuncia lo stesso uso del termine ESG come segno di compiacenza verso il green e il politicamente corretto. Il numero uno di BlackRock Larry Fink – che a suo tempo era stato il primo a sdoganare apertamente certi termini green – lo scorso giugno dovette dichiarare di non voler più utilizzare la parola ESG, “perché trasformata in un’arma dall’estrema sinistra e dall’estrema destra”.

Ma un’analisi di 10.000 dichiarazioni aziendali sui temi ambientali svolta nella seconda metà del 2023 da Reuters e Permutable dimostra che specialmente le aziende operanti negli Stati controllati dai Repubblicani hanno cercato di andare incontro alle richieste della destra, con un calo del 20% delle citazioni di impegni ESG. Non è così né in Asia né in Europa, dove nello stesso periodo si registra rispettivamente un aumento delle menzioni di temi ESG del 70 e del 51 per cento. Sempre negli Stati Uniti, però, una ricerca della società di consulenza Farient Advisors sulle remunerazioni dei dirigenti dimostra che se tante compagnie evitano di citare il termine ESG (sostituito con “sostenibilità”), però continuano a usare questi criteri per stabilire gli stipendi dei manager. Tra le grandi aziende statunitensi, nel 2023 il 52% legano i bonus dei manager a criteri ambientali, contro il 34% del 2022 e il 15% del 2021. 

Che cosa succede in Cina

A quanto pare la Cina però ha deciso di imitare l’Occidente woke. Entro il 2026 più di 400 aziende, tra cui praticamente quelle inserite nei principali indici azionari, dovranno pubblicare rapporti sulla sostenibilità secondo linee guida preliminari pubblicate di recente dalle tre principali Borse cinesi. Le società, che insieme rappresentano più della metà del valore di mercato combinato delle borse, devono divulgare la loro governance, la loro strategia ESG, quantificare quello che stanno facendo nei loro piani di transizione energetica e misurare l’impatto sull’ambiente e sulla società. Come ha spiegato alla Reuters Boya Wang, analista di Morningstar a Londra, l’idea è quella di allinearsi gradualmente con l’Europa, perché “il governo spera, raggiungendo gli standard internazionali, di attrarre denaro straniero, specialmente da investitori istituzionali”, un flusso che nel 2023 si è quasi arrestato. Si spera anche di richiamare risorse dei fondi ESG internazionali sulle possenti industrie green cinesi, che hanno segnato anche esse un forte calo delle quotazioni di borsa. Ovviamente, il fatto che in Cina succedono cose antipatiche a chi non si comporta politicamente nel modo dovuto, il predominante intervento statale nelle imprese, oltre al maltrattamento e alla repressione degli Uiguri e dei Tibetani, rende più complicato a chiunque abbia soldi ESG da investire di trovare il giusto bersaglio. Ma resta il fatto che si tratti di un segnale in controtendenza con l’idea che molti si sono fatti che la sostenibilità in azienda sia ormai morta e sepolta.

Che cosa è successo nel 2022?

Il punto di vista che prevale nettamente tra gli addetti ai lavori è che a parte le oscillazioni verso l’alto e verso il basso, che sono dovute a circostanze specifiche, da almeno 15-20 anni il tema della sostenibilità in azienda continua inesorabilmente a crescere come interesse, attenzione, come grip su clienti, consumatori e manager. Una crescita che come sappiamo è stata particolarmente intensa dal 2020 in avanti, cioè in coincidenza con la pandemia, che ha reso i più consapevoli di quanto siamo dipendenti – come singoli, ma anche come imprese e come business – dal contesto ambientale e sociale. Abbiamo scoperto una debolezza. Sempre in quella fase la strategia europea del Green Deal ha cominciato a dispiegarsi in modo deciso: volenti o nolenti, da quella strategia sono cominciate a discendere normative – come quella obbligatoria sul reporting di sostenibilità, che diventerà obbligatorio anche in Italia entro un paio d’anni, e su cui ritorneremo – che giocoforza hanno imposto a tutti gli operatori d’impresa di prendere in considerazione il tema. Sempre nel 2020, con la vittoria di Biden su Donald Trump il tema del cambiamento climatico, che era diventato in modo bizzarro grazie ai repubblicani un tema politico, è ritornato sul suo piano normale, quello scientifico: è dimostrato già da 40 anni che il cambiamento climatico è dovuto al comportamento umano. 

E poi? Poi, spiega Riccardo Giovannini, Sustainability Leader di EY Italia, nonché docente di Strategie di sostenibilità presso la LUISS, il contesto geopolitico a cominciare dalla guerra in Ucraina ha modificato le priorità, portando imprese, cittadini e nazioni intere a lasciare da parte i bisogni non primari per concentrarsi sui bisogni di base. In secondo luogo, nonostante certamente la COP28 di Dubai abbia dimostrato che ancora comunque c’è un generale consenso sulla direzione di marcia della decarbonizzazione, in Europa hanno cominciato a diffondersi governi con un indirizzo politico che metteva in secondo piano (o peggio) i temi ambientali e della sostenibilità. Infine, non aiuta un certo “fatalismo ambientale” nel considerare gli effetti negativi del cambiamento climatico, senza mai spiegare concretamente come prevenirli e affrontarli. Tutto questo ha generato una sorta di “negazionismo strisciante”. Allo stesso tempo, però, una marcia indietro totale è impossibile: le regole europee sono chiare, e addirittura c’è una nuova normativa che  mira a ostacolare il green washing, che sarà anche sanzionato dal punto di vista legale..

Il risultato, spiega il manager di EY, che di sostenibilità in azienda se ne occupa da molti anni e ben prima di molti altri, è dunque che in questa fase tra le aziende si continua ancora a seguire un percorso di sostenibilità, ma lo si segue rallentando il ritmo, ammorbidendo gli obiettivi, seguendo strade più superficiali. “Se si osserva con attenzione – spiega Giovannini – non c’è azienda che  non si ponga obiettivi ambientali o di neutralità climatica rinviati al lontano 2050. È vero che a seconda dei settori di attività e delle dimensioni le imprese completano la propria transizione ecologica con tempistiche diverse. Ma in dieci anni, dati i livelli e i progressi tecnologici dei nostri sistemi industriali, è evidente che possano evolvere in modo significativo molti modelli di business e accelerare nel percorso verso la transizione green”. 

Insomma, come dice l’antico adagio, non è possibile far rientrare il dentifricio che è già uscito dentro il tubetto. La tendenza di medio-lungo periodo resta la stessa, nonostante tutto. “Credo che un aspetto fondamentale – dice – e da non trascurare sia di continuare a investire fortemente sulla sostenibilità, che è una leva fondamentale per il futuro, insieme alla digitalizzazione. La sostenibilità, nei suoi profili economici, sociali e ambientali, è un tema su cui si gioca il nostro futuro”.

Cosa si può (e si deve) migliorare

Come in tutte le cose, però esiste un “ma”. Abbiamo accennato in precedenza alla normativa obbligatoria sulla sostenibilità che sta ampliandosi, che – per dirla in breve – nasce fondamentalmente per consentire agli istituti finanziari di comprendere e valutare correttamente se l’azienda sta facendo qualcosa per l’ambiente, premiarla o non premiarla. “Ma non è possibile che tutto sia ricondotto esclusivamente a schemi economico-finanziari – afferma Giovannini – questa nuova normativa imporrà alle grandi aziende che fanno dei report di sostenibilità già da anni, di dover incrementare di qualche centinaio il numero degli indicatori che devono rendicontare, e non solo. Parliamo di una mole di attività molto rilevante, e da qui a due anni a tutte le aziende verrà esteso l’obbligo di reporting, pur trattandosi di aziende che si affacciano, in alcuni casi, per la prima volta a questi temi”.  

Stiamo parlando della cosiddetta direttiva CSRD (Corporate Sustainability Reporting Directive), che riguarderà tutte le società europee che soddisfano almeno due dei tre requisiti seguenti: oltre 250 dipendenti, 20 milioni di stato patrimoniale e almeno 40 milioni di ricavi netti. La vecchia normativa, la NFRD, coinvolgeva in tutto il Vecchio Continente 11.700 imprese; la nuova ne toccherà almeno 50.000, di cui 4.000 in Italia. Ci sono due anni di tempo per definire i dettagli, ma secondo gli addetti ai lavori non c’è dubbio che sarà una bella gatta da pelare per molte imprese, comprese quelle già organizzate e strutturate sul piano del reporting, che vedranno una moltiplicazione del lavoro dia svolgere. E un bel business (ça va sans dire) per le società di consulenza in campo più affermate e competenti nel settore, che dovranno aiutare tante aziende finora assolutamente inconsapevoli a svolgere questo compito. Non c’è dubbio però che se la diffusione di una reportistica obbligatoria è utile, ed è assolutamente condivisibile che si vada nella direzione della maggiore affidabilità quantitativa del reporting, secondo  Giovannini bastano pochi indicatori, ma misurati nel modo giusto. 

Nel frattempo, finché non entrano in vigore le nuove regole, c’è un nuovo fenomeno che si sta diffondendo in tante aziende: la prassi del cosiddetto “miglioramento di sostenibilità”. Ovvero, in alternativa alla definizione di un vero e proprio piano organico di sostenibilità, la stesura di una “lista della spesa” di KPI su cui si promette di centrare obiettivi migliorativi. “È una pratica sicuramente proiettata verso una direzione corretta – spiega il manager di EY – però spesso ci accorgiamo che vengono stabiliti KPI immateriali o qualitativi, oppure target positivi molto modesti”. Nell’uno e nell’altro caso il “miglioramento di sostenibilità” si rivela un modo di procedere sterile se è nei fatti disconnesso dalle strategie aziendali: i target sono simbolici e inefficaci, oppure sono troppo sfidanti, e di fatto irraggiungibili una volta esauriti i soldi da spendere per performare su questo o quello’aspetto. “Con target non ben studiati o quasi irraggiungibili, per l’azienda sarà come correre i 400 metri partendo troppo veloci e senza allenamento: si arriva senza forze”, aggiunge Giovannini. Sarebbe più ragionevole che le imprese si concentrino su due o tre aree di impatto di sostenibilità, non dieci o quindici, come spesso risulta dalle cosiddette “analisi di materialità”. E tornando alla direttiva CSRD, arriva un suggerimento conclusivo: “sarebbe auspicabile un’introduzione graduale della direttiva così da dare la possibilità alle aziende di implementarla in modo ottimale e di essere pronte a eventuali trasformazioni future, puntando in primis su qualità e affidabilità di dati e informazioni: aspetti fondamentali per partire con il piede giusto”.