Le aree di attenzione da tenere in considerazione nell’era della sostenibilità

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Sempre più aziende e operatori della comunicazione in Italia, inclusi gli investor relator delle società quotate, raccontano le loro iniziative legate ai progetti Esg, in particolare su tematiche ambientali, sociali o legate a iniziative per ridurre il gender gap. Questo racconto deve essere il più possibile completo, obiettivo e credibile: lo impongono norme già attive e altre in arrivo.
Qui vedete un Albero Esg ideale, con le aree di attenzione da tenere in considerazione nell’era della sostenibilità.
Ciascun ramo dell’Albero rappresenta idealmente una possibile area di rischio, che può portarsi dietro rischi di ricadute sulla reputazione delle aziende.
Nei casi più gravi, poi, possono presentarsi anche dei rischi di natura penale.
La rappresentazione grafica è ideata dai giuristi degli studi Linklaters e Isolabella, esperti del settore, senza alcuna pretesa di esaustività e nella consapevolezza che ogni tipologia di rischio è categorizzabile in modo differente.

A cura degli avv. Matteo Farneti e Jacopo Cislaghi dello studio Linklaters e, per i profili penali, dell’avv. Nicola Pietrantoni dello studio Isolabella.

1. Rischi delle operazioni di marketing e pubblicitarie

Una parte sempre più significativa degli investimenti di marketing e pubblicità delle imprese è destinata, da un lato, a descrivere al pubblico le caratteristiche Esg di prodotti e servizi offerti o dei relativi processi industriali interessati e, dall’altro, al racconto delle diverse iniziative in ambito ambientale o sociale (c.d. marketing delle buone intenzioni). 

La comunicazione dovrebbe essere realizzata in modo rigoroso, nel rispetto delle norme che vietano, per esempio, le pratiche commerciali scorrette, sotto forma di pubblicità ingannevole, ai sensi del Codice del consumo, su cui potrebbe intervenire l’Agcm (Autorità garante della concorrenza e del mercato, che ha potestà sanzionatoria e interdittiva).
Il Codice del consumo sarà integrato a breve per effetto dell’implementazione in Italia della direttiva Ue c.d. Empowering Consumer, disciplinando più nel dettaglio le pratiche di greenwashing, da tempo contemplate anche nel Codice di autodisciplina pubblicitaria dello Iap, Istituto dell’autodisciplina pubblicitaria.

Nel campo delle iniziative sociali e solidaristiche, il recente ddl Beneficenza del governo Meloni (nato nel solco del noto caso Pandoro Gate/Ferragni), se approvato, introdurrà obblighi di comunicazione precisi a carico delle aziende rispetto a contenuto, finalità e destinatari di tali iniziative, prevedendo anche in tal senso un potere di controllo dell’Agcm.

Sotto il profilo penale, infine, qualsiasi comunicazione pubblicitaria potenzialmente ingannatoria nei confronti dei consumatori potrebbe generare, ove ne ricorrano le condizioni previste dalla legge, il rischio di contestazioni anche da parte della Procura della Repubblica. La vendita di un prodotto di qualità diversa rispetto a quella dichiarata, per esempio, è astrattamente compatibile con la frode nell’esercizio del commercio, reato contestabile anche alla società (ai sensi del d.lgs. 231/2001, norma che disciplina e prevede la responsabilità penale e amministrativa degli enti). In caso di campagna pubblicitaria che dovesse correlare la vendita di un determinato prodotto a scopi di carattere sociale (ricavato o parte di esso destinato a sostenere attività di beneficenza), invece, l’autore della strategia comunicativa ingannevole potrebbe rispondere di truffa aggravata proprio ai danni dei consumatori.

A cura dell’avv. Andrea Piccolini e della dott.ssa Beatrice Porcellato dello studio Linklaters e, per i profili penali, dell’avv. Nicola Pietrantoni dello studio Isolabella.

2. Rischi della organizzazione

Ogni impresa dovrebbe valutare se adottare un sistema organizzativo interno attento ai profili Esg, anche per evitare di doversi trovare ad affrontare pesanti conseguenze, sotto molteplici profili (inclusi quello risarcitorio, reputazionale e penale).
Meglio adottare presidi organizzativi per prevenire condotte a rischio. I presidi cambiano a seconda della tipologia di attività svolta dalle imprese, previa mappatura dei rischi.

A titolo esemplificativo, sul fronte Environmental, un’impresa dovrebbe valutare se adottare politiche di efficientamento energetico e, più in generale, volte alla tutela dell’ambiente. In relazione al fattore Social, dovrebbe valutare l’adozione di policy atte a evitare forme di discriminazione, per esempio nei salari tra dipendenti (ed evitare il gender gap).
Infine, in relazione al fattore Governance, in una società che ha rapporti con la pubblica amministrazione occorrerebbe evitare che il processo decisionale, o una parte rilevante di esso, resti nelle mani di un’unica funzione, con il conseguente rischio di ingenerare conflitti di interesse.

Questi e altri presidi sono fondamentali anche per evitare il rischio di contestazioni in sede penale: in materia di Environmental, per esempio, l’impresa che opera in violazione della normativa di riferimento potrebbe esporsi alla contestazione di determinati reati (inquinamento ambientale, traffico illecito di rifiuti o discarica abusiva…). Sul versante Social, una gestione orientata al risparmio di spesa sui temi della sicurezza e salute dei lavoratori potrebbe portare a gravi violazioni con profili di responsabilità (anche ex d.lgs. 231/2001) a carico della stessa società.

Infine, sul fronte Governance, l’assenza o la carenza di regolamentazione nei rapporti tra l’impresa e altre realtà, non solo appartenenti alla pubblica amministrazione, può certamente favorire dinamiche di corruzione, anche tra privati, nonché di traffico di influenze illecite.  

A cura dell’avv. Paolo Bertolini e della dott.ssa Sara Folino dello studio Linklaters e, per i profili penali, dell’avv. Nicola Pietrantoni dello studio Isolabella.

3. Rischi della catena di fornitura

Negli ultimi anni l’attenzione del legislatore europeo si è focalizzata sulla responsabilizzazione delle imprese in merito al loro impatto sulla ‘catena delle attività’, partner compresi, prestando quindi attenzione ad alcuni profili, tra cui quello ambientale, il rispetto dei diritti umani e la tutela dei diritti dei lavoratori (si pensi, ad esempio, alla questione della deforestazione, all’inquinamento ambientale, al rispetto delle comunità locali e all’impiego di lavoro minorile o forzato).

L’impegno di Bruxelles si è tradotto nella recente adozione di alcuni regolamenti e direttive che mirano a stabilire standard di diligenza uniformi sul territorio europeo e offrire alle imprese indicazioni chiare per la gestione dei rischi Esg lungo la ‘catena delle attività’. In particolare, dalla metà del 2027, la direttiva sulla Corporate Sustainability Due Diligence imporrà alle imprese di grandi dimensioni anche l’adozione di un modello di organizzazione e gestione adeguato dei rischi ambientali e sociali, nonché lo svolgimento di una attività di due diligence lungo la ‘catena delle attività’.

Tali evoluzioni normative, oltre che la crescente consapevolezza e l’interesse degli stakeholder sul tema, richiedono un’attenta ponderazione di rischi e opportunità da parte delle imprese, le quali dovranno concentrare i loro sforzi per verificare la compliance delle proprie subsidiary e dei propri partner commerciali, anche al fine di evitare eventuali ricadute reputazionali.

In merito alle implicazioni di natura penale, infine, qualora l’impresa ometta di adottare misure idonee alla verifica delle reali condizioni lavorative ovvero delle capacità tecniche delle aziende appaltatrici, potrebbe addirittura agevolare (colposamente) tutte quelle attività orientate alla costante violazione delle norme poste a tutela della sicurezza e salute dei lavoratori, fino alle situazioni più gravi di vero e proprio sfruttamento di quest’ultimi (‘caporalato’).

A cura degli avv. Ugo Orsini e Marta Fusco dello studio Linklaters e, per i profili penali, dell’avv. Nicola Pietrantoni dello studio Isolabella.

4. Rischi per le società quotate

Da parte delle società quotate si registra una crescente attenzione ai profili di sostenibilità, che si è tradotta nella predisposizione di piani strategici, policy e procedure interne e/o nel ricorso a strumenti, anche finanziari, con connotazione Esg. Conseguentemente, si è riscontrata una crescente informativa da parte delle stesse società quotate, su base volontaria e obbligatoria.

Le tematiche Esg sono state, infatti, oggetto di attenzione da parte del legislatore europeo e di quello nazionale, traducendosi in una importante attività normativa e/o di indirizzo a più livelli, con riflessi anche sulla prassi – si pensi, ad esempio, alla recente direttiva europea sulla rendicontazione societaria di sostenibilità (comunemente nota come Csrd, Corporate Sustainability Reporting Directive), alla recente legge nazionale a sostegno della competitività dei capitali (comunemente nota come legge Capitali), all’emblematico ‘successo sostenibile’ come principio di amministrazione previsto dal Codice di corporate governance rivolto alle società quotate, nonché all’inclusione di clausole di sostenibilità negli statuti delle società.

Tale fenomeno sembra riflettere un’accentuata consapevolezza, da parte delle società quotate, dell’importanza sempre più rilevante dei fattori Esg, probabilmente sospinta in modo vigoroso dall’impulso degli investitori: accanto alle previsioni di hard e soft law, si registra, infatti, un crescente spazio di tali fattori nelle agende e nelle comunicazioni delle società quotate.

Tra i rischi per le società quotate oggi vanno enumerati anche quelli derivanti da mancata, o erronea, comunicazione al pubblico di informazioni rilevanti in materia Esg. Rischi che certamente potrebbero ricadere nella prospettiva dell’apparato sanzionatorio tipico, dal punto di vista civile, amministrativo e penale, in funzione delle condotte rilevanti, e ai quali si affianca in ogni caso un rischio di tipo reputazionale e di immagine. Tali rischi potrebbero avere impatti non solo su elementi quantitativi, come il prezzo delle azioni, anche in conseguenza delle valutazioni legate alle strategie di investimento da parte degli investitori, ma intaccare elementi della gestione sociale di natura più propriamente qualitativa, quali il consenso, la fiducia e l’engagement da parte degli stakeholder.

Sotto il profilo penale, infine, l’eventuale comunicazione al pubblico, in tutte le sue forme e modalità, di determinate informazioni, sempre in materia di Esg, non veritiere o anche solo parzialmente coerenti con la reale organizzazione e operatività dell’emittente, potrebbe generare, ove ne ricorrano i presupposti previsti dalla legge, il rischio di integrazione di alcuni reati, sensibili anche ai sensi del d.lgs. 231/2001, quali la manipolazione del mercato (‘aggiotaggio’, quando la comunicazione non veritiera dovesse alterare sensibilmente il prezzo degli strumenti finanziari), le false comunicazioni sociali finalizzate a ottenere un ingiusto profitto, alcuni reati di natura tributaria (a seguito, per esempio, della comunicazione di false informazioni sulla sostenibilità ambientale per ottenere benefici fiscali), fino all’ostacolo all’esercizio delle funzioni delle autorità pubbliche di vigilanza.