La Gen Z non ci sta. “Il lavoro deve cambiare”

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Nei colloqui con i selezionatori molti giovani esprimono priorità diverse da quelle classiche. Contano stipendio, contratto, carriera, ma quello che vogliono è il ‘benessere’ complessivo

LOBBY D’AUTORE – Prima Comunicazione, Giugno-Luglio 2024

Le farò sapere”: per decenni è stato il ritornello che i giovani di belle speranze si sentivano ripetere dal responsabile aziendale, immancabilmente, alla fine d’una selezione di lavoro. Oggi, sempre più spesso, è invece la risposta che i giovani talenti riservano agli hr manager delle aziende alla fine delle stesse selezioni. In questo rovesciamento del tavolo c’è il senso profondo della rivoluzione che la generazione Z sta portando nel mondo del lavoro, cogliendo (in gran parte) impreparato il mondo delle imprese.

I ragazzi nati tra il 1997 e il 2012, che a livello globale costituiranno quasi il 30% della forza lavoro entro il 2025, sono la generazione più social e più sociale che abbiamo mai conosciuto. Sono cresciuti con Internet, dispositivi mobili e social media, in un ambiente incentrato sulla tecnologia sempre attiva. L’iPhone è stato lanciato nel 2007, quando erano preadolescenti. Questi nativi digitali sono stati presto catturati da dispositivi mobili e wifi: l’intrattenimento on demand e i post sui social media rappresentano il ‘pane’ con cui sono cresciuti. Da Snapchat a YouTube, da Instagram a TikTok, i protagonisti della generazione Z vivono perennemente connessi: spesso si destreggiano tra più dispositivi contemporaneamente e hanno poca pazienza con la tecnologia che non risponde,  è in ritardo o soggetta a errori. Inoltre, i Gen Z sono abituati a vivere con gli algoritmi di Netflix, Spotify e Amazon, che sanno esattamente cosa vogliono guardare, ascoltare o acquistare: se lo aspettano come consumatori e, di conseguenza, se lo aspettano anche sul posto di lavoro.

Tutto ciò, trasportato all’interno di un’azienda, implica una ‘personalizzazione profonda’ del rapporto di lavoro: flessibilità rispetto al luogo e agli orari di lavoro, velocità dei processi decisionali e delle reazioni a eventi esterni, formazione continua e personalizzata, carriere e retribuzioni non più standardizzate ma parametrate a merito e risultati.
Quante aziende sono pronte ad affrontare una rivoluzione organizzativa di questa portata?

Intanto, esperti di risorse umane e selezionatori si stanno imbattendo, in tutto il mondo, in un fenomeno nuovo. Nei colloqui di lavoro incontrano molti giovani che esprimono priorità e aspettative molto diverse da quelle classiche, e con i quali manca spesso un codice di comunicazione comune. Perché per la generazione Z gli elementi tradizionali del rapporto di lavoro come stipendio, tipo di contratto, possibilità di carriera sono aspetti che contano, ma non fanno più la differenza. Rientrano piuttosto in un concetto di ‘benessere’ molto più ampio che include la flessibilità del lavoro e il worklife balance, la possibilità di riconoscersi nei valori dell’azienda e l’impatto sociale che la stessa determina, le opportunità di crescita personale e professionale. In sostanza i ragazzi della generazione Z si aspettano e cercano oggi non soltanto un lavoro, ma qualcosa di più coinvolgente: un senso di appartenenza, una missione condivisa, un luogo nel quale essere e sentirsi protagonisti. 

All’interno di questa nuova mappa dei valori e dei bisogni, decisiva per la generazione Z è l’importanza attribuita alle possibilità di crescita e di formazione in azienda. Sotto questo profilo, la creazione di un meccanismo di tutorship dei talenti può essere decisiva per aiutare i giovani compagni di squadra a sentirsi in contatto con l’azienda, sviluppare nuove competenze e valorizzare le proprie capacità di innovazione. Ugualmente importante è realizzare modelli di tutoraggio informali come le riunioni ‘salta livello’, ovvero incontri del giovane dipendente con il capo del suo capo, per dare all’intera organizzazione l’opportunità di imparare direttamente, porre domande e fornire feedback ai dirigenti senior.

Attivare questi strumenti, costruendo modelli di lavoro flessibili e centrati sulla qualità dei risultati e non più sul cartellino da timbrare, vuol dire mostrare di aver capito la ‘lezione’ della generazione Z.
Una lezione preziosa per migliorare la qualità del lavoro e della vita di tutte le generazioni.