Ogni allarme va ascoltato soprattutto se accompagnato da una visione di generosità verso il prossimo. Confidiamo nel progresso. E scegliamo aziende che vogliono coesistere, rispettandolo, con il tempo che verrà
COMUNICAZIONE POLITICA – Prima Comunicazione, Giugno-Luglio 2024
Nella comunicazione la sostenibilità si è imposta come un termine necessario, imprescindibile, emotivo, una sorta di certificazione ante litteram di buon comportamento in un mondo sempre più ‘corrotto’ e devastato dallo scempio della presenza umana che calpesta, offendendolo, il suo Eden.
È così? Bella domanda dalle mille risposte.
Che il quesito sia tra i più polarizzanti tra gli infiniti che assillano l’umanità è certo. In effetti, contiene alti gradi di suggestione rappresentando una critica al modello di crescita del mondo industriale e accompagnandosi a soluzioni di diversi gradienti.
Nella sua forma più equilibrata, in fondo, si manifesta come una risposta riformista e gradualista alla crescita volonterosa di non intaccare in modo irreversibile il patrimonio naturale delle future generazioni, così da non comprometterne risorse e ricchezza.
Un modo responsabile di non pensarsi unici consumatori di un serbatoio a perdere. A volte questa visione stride con le possibilità tecniche offerteci dal mondo contemporaneo.
Noi monitoriamo questo nostro allarme, lo controlliamo, lo misuriamo, reagiamo e associamo la nostra emozione partecipativa al dilemma attraverso strumenti che sono uno degli ultimi e più ingegnosi prodotti evolutivi del nostro sviluppo. Servizi d’informazione e sensibilizzazione frutto di una crescita esponenziale degli ultimi 50 anni capace di dar vita a una rete partecipativa, in concorso con hardware e software, inimmaginabile fino a qualche lustro fa e che ci consente di ritrovarci vigili e guardiani dello stato della nostra terra. Che poi questa premura sia a carico solo, o perlopiù, del mondo libero e che il processo sia tra i più energivori del pianeta incide e rileva poco nel dibattito. Non raramente nella storia è successo che siano state le società più avanzate a complicarsi l’esistenza per renderla migliore ad altre più arretrate presidiando la tutela di diritti o nel rispetto di sensibilità che le prime davano per acquisite e ormai non negoziabili.
Le aziende, per questo, lavorano in Occidente sul mantra della responsabilità per dare affidabilità e futuro alle proprie promesse e dimostrarsi complici del destino dei loro consumatori.
Rimane un principio di realtà a cui non sfuggire. Il nostro meraviglioso progresso è una battaglia di errori e tentativi, alcuni fruttuosi e altri erronei, che ci hanno portato qui dove siamo. Che non è affatto il confine del precipizio del ‘Viandante’ di Friedrich di fronte alla conoscenza, ma forse nemmeno l’inizio del cammino. Sappiamo poco di molto, ma abbiamo un potentissimo talento d’infliggerci pesi che vanno oltre i nostri poteri.
Tra le furiose polemiche millenariste e movimenti che rimandano al sopraggiungere di nuove apocalissi esercitando impiastriccianti rivendicazioni (vernice su opere e monumenti) od ostacolanti azioni di disobbedienza civile più invasive (blocchi autostradali), anche le aziende provano a cavalcare l’onda: alcune con coerenza, altre con qualche pretestuosità.
Non sarebbe, tuttavia, sconsigliabile mantenere un certo ottimismo verso le ‘sorti progressive’ del futuro, così da non ritrovarsi in posizioni più esposte a seconda delle novità del mondo.
Tutto quello che abbiamo, dal computer su cui lavoriamo, al mezzo con cui ci spostiamo, allo smartphone con cui viviamo (più che parliamo), sono il prodotto della nostra conoscenza e crescita. Tra dati che faticano ad avere un’universale e condivisa lettura scientifica sperimentale, il maggiore indiziato di questa distruzione antropica sarebbe individuato nella produzione di Co2 e nella sua influenza sui cambiamenti climatici (aumento): la terra, ogni anno, si scrive, brucia sempre di più (oggi, giugno, pioviggina, ho la felpa e sono in una metropoli del centro Italia). Certo ogni allarme va ascoltato soprattutto se accompagnato dalla passione e da una visione di generosità e preoccupazione verso il prossimo. Rimane indiscusso che uno dei fattori più indagati intorno a questi cambiamenti risultino essere le variazioni delle attività solari. Anche qui frotte di scienziati si contrappongono su una materia che ha la delizia di un dibattito cartografico sulla struttura del mondo intorno al 1300 (un centinaio e passa di anni prima di Colombo e del suo viaggio).
Negazionismo e facciamo spallucce di tutto ciò? No, ma confidiamo nel progresso e nella scienza che, come ogni attività, facendo produce anche problemi e scorie (ma d’altra parte anche noi andiamo in bagno). Il giorno in cui il sole, ancora non mappato, esagererà nelle sue performance speriamo che la nostra tecnologia e le nostre imprese abbiano trovato soluzioni per prevedere, prevenire e mitigare queste incontenibili attività naturali.
E questo vale anche per quei fenomeni di energia fisica, sicuramente, non attribuibili alla nostra cattiva condotta: terremoti, eruzioni o precipitazioni dal cielo indesiderate (meteoriti). Tutte cose naturalissime, ingestibili e ‘insostenibili’ con buone pratiche che non siano quelle scientifiche. A noi lo insegna e ricorda Leopardi e la natura, nella sua tragicità, ci ha consegnato Pompei (con i suoi martiri ignoti alla passeggiata archeologica); noi alziamo il sopracciglio per la testardaggine partenopea a voler convivere con il rischio allarmante della loro terra (dimentichi che Giappone e California, due dei luoghi più avanzati e, nel caso di quest’ultima, più ricchi del mondo coabitano quotidianamente con rischi ancora maggiori).
Morale non necessaria: consumate bene, con attenzione, scegliete bene e promuovete aziende che vogliono coesistere col futuro pettinandolo, senza schiacciarlo.
Buon domani, sostenibile, a tutti.
‘Il viandante nel mare di nebbia’ di Caspar David Friedrich.

















