“Il nostro è un campo aperto, progressista, lontano e opposto a chi alza nuovi muri”, scrive Orfeo nel suo primo editoriale su Repubblica. Dipingendo il governo Meloni come definito dai suoi ‘no’ e animato da un risentimento permanente
‘Noi, i lettori e un’idea di Paese senza rancore’. E’ il titolo del primo editoriale di Mario Orfeo da direttore di Repubblica, dal 07 Ottobre 2024 alla guida del giornale al posto di Maurizio Molinari.
Noi, i lettori e un’idea di Paese senza rancore
I lettori li riconosci per strada, da come si muovono, da come guardano, da come parlano. E del resto se un giornalista non sa come sono fatti i suoi lettori, il giornale non si può fare. Queste parole ascoltate tante volte nei corridoi della redazione mi sono venute in mente ieri mentre tornavo a casa, a Repubblica. Perché Repubblica è casa, la comunità professionale dove sono cresciuto prima con Eugenio Scalfari, il fondatore insieme con Carlo Caracciolo, e poi con Ezio Mauro. Per chi la legge e per chi ci lavora Repubblica è quella maglia che ti resta attaccata tutta la vita come una seconda pelle.
Torno da direttore, chiamato dall’editore Gedi che ringrazio per la fiducia e per la libertà del mandato, sostenuto da un importante piano di sviluppo che attraversa tutte le piattaforme della conoscenza e con la consapevolezza di avere una grande responsabilità: dare una voce nuova e una declinazione contemporanea al progetto originario, ovvero di contribuire alla formazione di un Paese attento ai valori della solidarietà sociale e dei diritti civili, dell’uguaglianza e della moralità pubblica, delle regole del mercato e dell’innovazione ma calato in un mondo diventato globale e iperconnesso. Un’idea moderna di giornale per un’idea di Paese moderno. Un investimento intellettuale e culturale che trasformi – integrando ancora di più il sito e i social con l’edicola – quel sentimento di appartenenza unico tra Repubblica e il suo pubblico e coinvolga le nuove generazioni di uomini e donne in quello scambio continuo tra loro e noi che è testimonianza di identità e di rappresentanza. I (nuovi) lettori che riconosciamo per strada e sui canali digitali.
Viviamo un tempo di guerre dove solo chi è in malafede può confondere aggressori e aggrediti o regimi e democrazie, ma dove allo stesso modo non deve essere consentito a nessuno di girarsi dall’altra parte o di chiudere gli occhi davanti alle stragi quotidiane di civili innocenti, madri e bambini.
Viviamo un tempo di populismi e sovranismi, di spinte nazionaliste in Europa e di eccessi da trumpismo in America, di rigurgiti e nostalgie in Italia per stagioni tragiche che pensavamo non tornassero più. Per questo sarebbe un grave peccato d’ingenuità dare per scontato il rispetto del diritto alla libertà di espressione e di informazione, soprattutto da quei poteri pubblici che non hanno mai abbandonato la tentazione di fissare limiti a questi spazi. E se l’avvertimento arriva dal presidente Mattarella – custode e sempre più baluardo suo malgrado della Costituzione – e arriva a pochi giorni dalla commemorazione della strage nazifascista di Marzabotto, allora dobbiamo sentirci tutti chiamati a una vigilanza più serrata e efficace.
Qual è il nostro campo è chiaro. Un campo aperto (largo al momento non sembra portare bene), progressista, lontano e opposto a chi alza nuovi muri e disegna confini più angusti. Aperto al confronto scevri da pregiudizi e se necessario anche al conflitto dialettico senza però arretrare dall’osservanza fedele a quei principi di giustizia sociale, di difesa dell’ambiente, di lotta a ogni genere e forma di discriminazione che hanno sempre caratterizzato il nostro giornale. Aperto allo sviluppo tecnologico, dal progresso del digitale all’intelligenza artificiale. Riconoscendo e scartando i pericoli, cogliendone invece le opportunità. Un campo aperto dove la qualità e l’impegno della redazione uniti all’autorevolezza della squadra degli editorialisti – di cui entra a far parte da oggi il mio predecessore Maurizio Molinari – possano realizzare appieno l’idea di partenza: un giornale moderno per un Paese moderno.
Nel settembre del 2022 all’uscita dall’esperienza Draghi il centrosinistra diviso perdeva le elezioni e un mese dopo nasceva il governo Meloni, governo di destra-centro per il peso della forza maggiore della coalizione: Fratelli d’Italia, il partito della premier. In questi due anni, scanditi dalla retorica dell’underdog e da rimandi a un modello di thatcherismo mai pervenuto, quello che si è visto può essere riassunto per difetto: il no al salario minimo per i lavoratori, i tagli alla sanità pubblica, la riforma del premierato che mette in discussione perfino le prerogative del capo dello Stato, l’autonomia differenziata che allontana il Sud dal Nord, il piano sicurezza che vuole cancellare il dissenso, le scelte di politica industriale contrarie a quelle utili a fronteggiare una seria crisi economica. E ancora: l’ossessione dell’egemonia culturale inseguita con i divieti e accompagnata da una occupazione del potere senza selezione che ha causato numerosi e imbarazzanti incidenti di un percorso già accidentato.
Ma il segnale veramente distintivo di questa destra, così diversa da quella classica e liberale, è la leva permanente del risentimento. La destra di Meloni, perciò patriottica e mai antifascista, resta (volontariamente) bloccata su un passato – quello dell’esclusione – che non passa, sorretto dal rancore nell’attesa di una rivincita anche adesso che ha vinto. Una filosofa della politica mi ha citato Gramsci e la sua definizione di cadornismo politico: per la destra italiana “una cosa è giusta solo perché decisa da chi comanda e se non viene attuata la colpa è di chi si oppone”. Detto senza rancore.


















