Fifa e lo sponsor “da incubo” Aramco: torna lo spettro dello sportwashing saudita

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Nell’aprile 2016, l’Arabia Saudita annunciava il programma di diversificazione economica Sudi Vision 2030. Obiettivo, emancipare parte della bilancia commerciale del regno dall’export di petrolio, aprendo le porte di settori marginali come sport, turismo e intrattenimento. Un piano promosso dal principe bin Salman e che si inserisce nel più ampio quadro delle iniziative condivise con le politiche economiche di altri Paesi arabi come Qatar, Bahrein ed Emirati, che a mezzo di fondi sovrani e altre fonti hanno importato Gran Premi, Mondiali, tornei “Slam” e altro.

Il fondo saudita Pif da circa 700 miliardi di dollari, è direttamente collegato a 139 accordi (dati Play The Game, 2023), tra cui quello che ha portato alla rilevazione della maggioranza del Newcastle. Ci sono poi le sponsorizzazioni dell’ente turistico locale Visit Saudi partner dell’African Football League della Confederazione calcistica asiatica della Liga spagnola. Più controversa quella tra la Roma e il programma governativo “Riyadh Season”, che ha visto il brand giallorosso andare a braccetto con quello di una delle concorrenti della città per Expo 2030. L’esposizione universale è poi stata assegnata alla capitale del regno.

Tutte le controversie sui petro-accordi 

Oltre i confini arabi c’è però chi storce il naso, considerando come lo sport abbia una irrinunciabile destinazione sociale e di promozione di campagne contro il razzismo o di pronta adesione alla difesa dei diritti civili e umani. Vedi il caso delle morti sul lavoro denunciato già durante la costruzione degli impianti che avrebbero poi ospitato i mondiali di Qatar 2022. Altri riflettori sono poi costantemente puntanti sui diritti delle donne. Non è un caso che la notizia del 2019 sulla concessione alle donne non accompagnate di entrare negli stadi sauditi, è stata accolta con grande interesse e ha rilanciato tutti gli altri temi collaterali al rapporto fra sport e diritti civili.

L’ultima contestazione arriva ora da 100 calciatrici professioniste firmatarie di una lettera di protesta contro l’accordo di sponsorizzazione tra la Fifa e il colosso petrolifero saudita Aramco, già sponsor della Formula 1 e prossimo partner del mondiale femminile del 2027. Una lettera che denuncia aspetti controversi come la violazione dei diritti della comunità Lgbtq+ nonché delle linee guida del rispetto dell’ambiente. Insomma, le iniezioni di petro-dollari continuano a essere accompagnate dal sospetto di “sportwashing”. Sospetto avallato da dati oggettivi che rilevano la violazione dei diritti umani come la libertà di espressione. 

La lettera delle 100 calciatrici

“Caro Presidente Infantino,
L’accordo di sponsorizzazione con Aramco equivale a un dito medio per il calcio femminile. In quanto giocatrici professioniste, abbiamo constatato come già da tempo le cose stiano migliorando per tutte le donne nel calcio. La nostra condizione attuale è irriconoscibile rispetto alle calciatrici che ci hanno preceduto. Nonostante ci sia ancora molta strada da fare, stiamo comunque facendo importanti passi avanti. Ad ambire un futuro da calciatore non sono più solamente i ragazzi, e le partite di calcio femminile registrano nuovi record di presenze e nuovi accordi di sponsorizzazione come quelli che finanziano la Coppa del mondo femminile, che ha visto vendere quasi due milioni di biglietti”.

“Stiamo così continuando a impegnarci affinché il calcio possa essere veramente di tutti. Giocatori e tifosi LGBTQ+ sono i benvenuti in campo e sugli spalti. Ma l’annuncio dell’accordo tra la Fifa e Saudi Aramco come mani sponsor è davvero difficile da accettare. Saudi Aramco è la principale money-pump dell’Arabia Saudita, partecipata dallo Stato per il 98,5%. Le autorità locali hanno investito miliardi in accordi di sponsorizzazioni sportive per cercare di distrarre dalla brutale violazione dei diritti umani da parte del regno”.

“Il trattamento delle donne parla da sé. Si tratta di un regime che nel gennaio 2023 ha condannato la dottoranda e igienista dentale Salma al-Shehab, madre di due figli, per avere condiviso sui social un messaggio sulla libertà di parola. Per lei, 27 anni di carcere e il divieto di viaggio per altri 27 anni. Si tratta di un regime che ha permesso alle donne di guidare soltanto nel 2018. E anche in quell’occasione, le donne che si erano battute per questa conquista avevano subito molestie e torture durante gli interrogatori”.

“Quelle che sono state rilasciate hanno comunque subito la restrizione della loro libertà espressione. Tra queste, l’attivista Loujain Al-Hathloul e la sua famiglia. La settimana successiva all’annuncio dell’accordo tra FIFA e Aramco, l’istruttrice di fitness Manahel al-Otaibi è stato condannata a 11 anni di carcere sulla scorta delle leggi ‘antiterrorismo’, per avere promosso sui social un messaggio sull’empowerment delle donne. E ancora, la studentessa diciottenne Manal al-Gafiri (18 anni di carcere), Fatima al-Shawarbi (30 anni), Sukaynah al-Aithan (40 anni), e Nourah al-Qahtani  (45 anni)”.

La Spagna vincitrice della Coppa del mondo di calcio femminile (Foto Ansa)

“Calpestati i diritti delle donne e non solo”

“Le autorità saudite calpestano non solo i diritti delle donne, ma anche la libertà di tutti gli altri cittadini. Immaginate come debbano sentirsi i giocatori LGBTQ+, molti dei quali sono dei veri e propri eroi del nostro sport, alla notizia dell’accordo con Aramco per la Coppa del Mondo del 2027, ovvero con una compagnia petrolifera nazionale di un regime che criminalizza le loro relazioni e i valori che rappresentano? Saudi Aramco è una delle compagnie responsabili del futuro del calcio, che rischia di bruciare a causa del caldo estremo, siccità, incendi e inondazioni. Toccherà a noi pagare il prezzo del loro operato, mentre la Fifa le fa da cheerleader. Non bisogna andare troppo lontano per trovare altri esempi di come la Fifa abbia svenduto i suoi principi dopo i mondiali di Russia 2018 e Qatar 2022. Decisioni prese da un Consiglio di 37 membri, di cui solo 8 (22%) erano donne”.

“Si tratta di decisioni prese da uomini abbastanza privilegiati da non sentirsi minacciati dal trattamento riservato delle autorità saudite verso le donne e la comunità LGBTQ+. Come anche migranti e minoranze il cui presente e futuro sono minacciati dai cambiamenti climatici. Esattamente un anno fa, molti di noi si hanno preso parte alla Coppa del mondo 2023, dove l’inclusività e la sostenibilità di quel torneo hanno stabilito un nuovo standard per il calcio”.

“Standard che la FIFA dovrebbe cercare di promuovere. Invece di fare un passo avanti, con l’accordo con Saudi Aramco come sponsor della prossima Coppa del Mondo, riceviamo un pugno allo stomaco del calcio femminile, compromettendo decenni di dedito lavoro svolto da giocatori e tifosi di tutto il mondo. Una società che è responsabile dell’evidente crisi climatica, di proprietà di uno stato che criminalizza la comunità LBGTQ+ e opprime sistematicamente le donne, non può avere spazio tra gli sponsor del nostro bel gioco”.

“Peggio di un autogol”

“Ci auguriamo che tutte le persone in Arabia Saudita, donne e le ragazze, possano avere libero accesso allo sport, sia come partecipanti che come tifosi. Restiamo al fianco dei cittadini sauditi i cui diritti umani continuano a essere violati. Non vogliamo renderci complici di questa violazione. Pertanto esortiamo la Fifa a riconsiderare questo accordo e cercando sponsor alternativi i cui valori si allineano con l’uguaglianza di genere, i diritti umani e un futuro sostenibile per il nostro pianeta. Proponiamo inoltre l’istituzione di un comitato di revisione che conti le giocatori fra i suoi rappresentanti, per pronunciarsi sulle implicazioni etiche dei futuri accordi di sponsorizzazione, affinché siano in linea con i valori del nostro sport”.

“Poniamo pertanto tre domande alla Fifa. Come la Fifa intende giustificare l’accordo con Aramco considerate le violazioni commesse dalle autorità saudite? Come può la Fifa difendere questa sponsorizzazione considerando la responsabilità di Aramco sulla crisi climatica? Come la Fifa intende rispondere alla nostra proposta di istituzione di un comitato di giocatori? Per tutto il mondo calcio, questa sponsorizzazione è peggio di un autogol. La FIFA potrebbe a questo punto versare petrolio sul campo e dargli fuoco. Il nostro lavoro come giocatori professionisti è sempre stato un sogno per tutti noi e continua a esserlo per le giocatrici di domani. Ci meritiamo molto di più dal nostro corpo direttivo, di un sponsor da incubo”.