Non accadeva dal 1988 che il giornale non prendesse posizione nelle elezioni presidenziali. E oltre ai giornalisti, anche i lettori non gradiscono il veto di Bezos
Si allarga il malcontento attorno al Washington Post per la decisione di Jeff Bezos, editore del quotidiano, di bloccare l’endorsement a Kamal Harris.
Dopo Robert Kagan, anche Michele Norris, editorialista dal 2019 e prima conduttrice nera della National Public Radio, ha lasciato la testata.
Norris avrebbe definito il mancato endorsement un “terribile errore”. “In un momento come questo ognuno deve prendere le proprie decisioni. Bloccare un sostegno che era stato scritto e approvato in un’elezione in cui sono in gioco i principi democratici fondamentali è un insulto alla tradizione del giornale di supportare regolarmente i candidati dal 1976”, ha aggiunto.
Disdette al Washington Post
Anche una fetta di lettori non ha gradito la decisione di Bezos, e lo ha manifestato con la disdetta dell’abbonamento alla rivista che, nella sua storia non ha sostenuto apertamente un candidato solo nel 1988, quando a sfidarsi furono George H. W. Bush e Michael Dukakis.
Altri addii al Los Angeles Times
Una situazione simile a quella del Washington post si sta verificando anche al Los Angeles Times. Dopo Mariel Garza, responsabile della pagina degli editoriali, altri due grandi hanno lasciato il giornale per la decisione dell’editore Patrick Soon-Shiong di bloccare l’endorsement per Harris.
Si tratta di Robert Greene, premio Pulitzer, e di Karin Klein. “Capisco che è la decisione del proprietario”, ha detto Greene. “Ma in questo caso è particolarmente doloroso perchè uno dei candidati, Donald Trump, ha dimostrato la sua ostilità ai principi chiave del giornalismo: il rispetto per la verità e per la democrazia”.

















