All’indomani dei video attacchi di Zuckerberg, un portavoce Ue è intervenuto sulla sospensione in America del fact checking da parte della holding social. Il Dsa mette al centro la libertà di espressione, spiega all’Ansa, senza obbligare a rimuovere i contenuti illeciti
“La moderazione dei contenuti non significa censura”. E’ in sintesi la replica dell’Ue alle accuse di Mark Zuckerberg. Le riporta l’Ansa, raccogliendo la dichiarazione di un portavoce della Commissione Europea all’indomani del video in cui il ceo della holding social ha annunciato lo stop del fact checking su Meta, accusando il Vecchio Continente di avere leggi che “istituzionalizzano la censura”.
Un video su cui all’inizio l’Ue si è limitata a fare una presa d’atto, senza commenti, limitandosi a ribadire l’intenzione di monitorare le attività delle big tech, in linea con le norme vigenti.
“La libertà di espressione è al centro del Digital Services Act (Dsa), che stabilisce le regole per gli intermediari online per contrastare i contenuti illegali, salvaguardando la libertà di espressione e d’informazione online: nessuna disposizione del Dsa obbliga gli intermediari online a rimuovere i contenuti leciti”, ha spiegato all’Agenzia stampa.
Come funziona il Dsa
“Il Digital Services Act impone la trasparenza sui criteri di moderazione dei contenuti e sulla loro attuazione, comprese le pratiche di “shadow banning”, ha aggiunto entrando nel dettaglio.
Quando un account viene limitato, l’utente deve essere informato e ha il diritto di impugnare la decisione”.
Il Dsa, inoltre, richiede “un meccanismo di reclamo equo e trasparente per gli utenti”. Se un account viene sospeso, l’utente “ha il diritto di contestare la decisione”. Ciò significa che le decisioni “non devono essere arbitrarie e che gli utenti hanno la possibilità di proteggere la propria presenza online”.
Infine, poi, c’è la questione di “affrontare i pregiudizi negli algoritmi di raccomandazione”. Il Dsa – ha concluso il portavoce – ha introdotto “nuovi strumenti per valutare e correggere i pregiudizi nei sistemi di raccomandazione”.
Queste disposizioni mirano a creare un’esperienza online “più equa e rappresentativa”, rispettando la diversità e l’individualità di tutti gli utenti.
















