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Ascoltatissima ma non fa notizia. Ecco perchè di radio non si parla quasi mai

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Alla faccia di Marshall McLuhan che la definiva un “medium caldo”, la radio per (in)capacità di muovere l’interesse mediatico è un mezzo freddo. Se ne parla poco e difficilmente fa notizia anche se ogni giorno è seguita con fedeltà da milioni di persone.

Il 13 febbraio scorso in tutto il mondo si è celebrato il World Radio Day – La Giornata Mondiale della Radio istituita dall’UNESCO. In Italia per la sfortunata concomitanza con il Festival di Sanremo gli organizzatori hanno deciso di posticipare di una settimana l’evento nazionale organizzato a Milano.

In entrambe le date la eco mediatica è stata piuttosto scarsa. Per averne prova basta fare una rassegna stampa su Google News cercando “World Radio Day”: poca roba per quello che dovrebbe essere il giorno di massima celebrazione del mezzo. E se allarghiamo la ricerca alle notizie sulla “radio” in generale i risultati sono ancora più sconfortanti per la miseria ma anche lo spessore delle notizie che un mezzo capace di affascinare ogni giorno milioni di ascoltatori riesce a (non) stimolare. Al massimo si intercetta qualche triste amarcord, come capita ogni 10 marzo per il debutto delle radio libere, nel lontano 1975.

Gli ascolti tengono, ma non crescono

L’ultima rilevazione degli ascolti – la più recente e anche l’ultima realizzata da Ter che da quest’anno verrà sostituita dalla nuova Audiradio – ci informa che nell’anno appena passato è stata seguita da circa 35 milioni di italiani confermando una tenuta straordinaria che negli ultimi vent’anni non registra cali significativi. Anche la Pandemia che pur le aveva dato una botta tremenda nel drastico e ingiustificato calo della raccolta pubblicitaria, è stata l’ennesima prova della sua famosa resilienza. Anche se anche sul fronte commerciale non riesce a superare quota 4% mantenendo la raccolta attorno a un valore di 400 milioni di euro rispetto al “perimetro complessivo tradizionale nazionale” valutato da Fcp in 5,6 miliardi di euro.

Caldo con gli ascoltatori, freddo sui media

Alla faccia di Marshall McLuhan che definiva la definiva un “medium caldo”, mediaticamente la
radio è piuttosto freddina. Tv, giornali, internet e da un po’ prepotentemente anche i social sono al centro del dibattito politico, di cronaca e di costume, per non parlare dei temi legati all’intrattenimento. La radio invece, seppur forte dei suoi 35 milioni di ascoltatori al giorno, non regge il confronto.
Informa e diverte, tiene compagnia, non è mai invadente, è empatica, organizza concerti ed eventi seguitissimi ed è un mezzo “rifugio” nei momenti critici. Ma resta quasi sempre confinata nel suo ambito.

Tempi e protagonisti

Probabilmente perché per funzionare ha bisogno di tempi lunghi il che significa scarsa mobilità di protagonisti e di programmi e perché raramente emergono figure capaci di bucare il microfono. Ci riesce sporadicamente qualche personaggio sopra le righe o alcuni simpatici e irriverenti programmi di infotainment. In generale però manca spessore, forza, continuità.

Conduttori, dj, speaker quando cercano visibilità la trovano in tv. Ma ormai sono rari i casi di successo transmediale e ancora oggi si leggono interviste ai soliti (bravi) noti – ormai manager 50-60enni – che raccontano un mondo che fatica a trovare giovani talenti carismatici e multimediali come succedeva fino a un paio di decenni fa.

I soliti formati

C’è poi il tema dei formati adottati dalle principali emittenti, ossia il tipo di radio che si può ascoltare in Italia. Formati replicati nell’etere – come contemporary, adult, personality, vintage, news – che rassicurano ma rendono l’ascolto prevedibile. E poco incide, per ora, l’avere a disposizione in Rete un milione di canali audio anche super specializzati.

La guerra silenziosa per la prominence

In questa situazione, apparentemente immobile, editori e istituzioni si stanno comunque muovendo per delineare quella che sarà la radio di domani e affrontare al meglio la sfida che li vede competere non tra loro ma con le big tech.

E’ in atto infatti una guerra silenziosa che si combatte sul fronte tecnologico e legislativo e che ha come principale obiettivo di conquista la “prominence”, ossia la visibilità che le stazioni devono avere sui display delle nuove automobili, sulle piattaforme digitali e in genere sui dispositivi connessi e mobili.

Un guerra di trincea, spossante che dura da anni e che andrà ancora avanti così per un po’. In ballo c’è tanto: la sopravvivenza di un mezzo ascoltato prevalentemente in mobilità e i notevoli investimenti fatti dagli editori su strutture trasmissive messi a rischio dal digitale.

Ma come stanno davvero le cose e quali sono le forze in gioco? Lo spiega bene Rosario Donato, direttore generale di Confindustria Radio Televisioni, sul numero di Prima Comunicazione in edicola dall’11 marzo a Milano e dal 12 a Roma e in edizione digitale da lunedì 10

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