Il meccanismo rappresentativo è lo stesso della politica: il narcisismo
CONVERGENZA – Prima Comunicazione, Dicembre 2024
In un’intervista di poco tempo fa, in uno dei tanti talk show da 4-7% di audience, non importa quale, uno vale l’altro, il conduttore guardava l’ospite che era il prof. Carlo Rovelli, grande fisico, con occhi allucinati e stupiti. Rovelli spiegava in modo semplice e originale le origini storiche (e senza storia non si comprende nulla di quello che accade) del conflitto fra Occidente e Oriente, il senso dei conflitti, Ucraina, Gaza, partendo dal sapere e dalla scienza. Colpiva il fatto che queste argomentazioni, che stupivano il conduttore, erano fuori dal solito chiacchiericcio di questo tipo di trasmissioni. Il peso dell’opinione di una personalità di grande cultura scientifica, certo non il solito giornalista od opinionista, che dominano in questi programmi.
Un altro caso, simile nelle dinamiche fra ospite e conduttore (nel caso, agli occhi allucinati si accompagnava la bocca aperta stupita) riguardava un’altra testimonianza dal mondo scientifico, un matematico, Piergiorgio Odifreddi, che spiegava tutto delle origini ‘orientali’ del pensiero e di come il cosiddetto Occidente, le avesse non originate ma colonizzate. Finisce per un po’ la litania giornalistico-opinionista ed emerge una discontinuità da pensiero critico. E colpisce il fatto che questo pensiero critico, questo nuovo modo di raccontare la storia non c’entri con le professionalità ricorrenti degli operatori dell’informazione, ospiti fissi in questi programmi, e riguardi cultura e competenza scientifica: fisici, matematici, spesso biologi e neurologi. Questi esempi dimostrano che quando si rompe lo schema di stabilità convenzionale del talk show basato sulle reiterazioni – sempre i soliti ospiti di taglio giornalistico, sempre le solite facce (mettendo insieme tutti i talk show, non sono più di 40-50), sempre lo stesso stile di conduzione, sempre il solito meccanismo della reiterazione, di ridire sempre quello che si conosce già – si rompe qualcosa nella convenzione informativa attuale e si ritorna al significato antico dell’approfondimento informativo televisivo, quando questo era ‘la finestra sul mondo’ e ‘la conoscenza’.
La struttura del talk show è la negazione di tutto questo perché propone un meccanismo chiuso e autoreferenziale di discussione, fondato sul fatto che ci sia un conduttore (che sia Gruber, Formigli, Del Debbio, Floris conta poco) che si ripete. Che esprime una forte, apparente capacità formale di conduzione televisiva unita a un sostanziale basso livello di capacità critica sui temi discussi (il modello è quello del presentatore delle previsioni del tempo), un basso livello di standing culturale (nell’ipotesi che così sia popolare), e che riporta sempre a se stesso. Le persone ‘condotte’ sono appunto sempre le stesse, con una simmetrica scarsa capacità critica e un valore che sta nell’essere essenzialmente personaggi (per questa modesta area di pubblico) televisivi, la cui opinione, tendenzialmente sempre la stessa, sta nel fatto che sanciscono se stessi indipendentemente da quello che devono approfondire: che sia la guerra atomica, le idiozie di Macron, lo sterminio di Gaza, la manovra del governo… Il meccanismo rappresentativo è lo stesso della politica, quello che sta portando alla fine della politica: il narcisismo. Parlano per quello che sono, non per quello che pensano, che probabilmente – soprattutto nel confronto con la discontinuità degli scienziati rari ospiti – è molto poco. D’altra parte se gli ospiti fissi di questa compagnia (sempre da 4% a 7%) sono per almeno il 70% giornalisti (autorevoli) dei giornali et similia, una ragione ci sarà! Autorevoli in un mondo che perde ogni anno il 7% di lettori. Un mondo che come registra l’Agcom vede le copie cartacee crollate del 25% dal 2019, registrando una riduzione complessiva del 43% rispetto al 2013.


















