Ad essere oggetto dell’attività fiscale è l’iscrizione a una piattaforma per cui si realizza uno scambio commerciale in cui un servizio viene pagato da ogni singolo utente con i dati della propria identità
La richiesta complessivamente di tasse arretrate per più di un miliardo a Facebook, la gran parte, Linkedin e X , l’ex Twitter, da parte dell’Agenzia delle entrate potrebbe segnare una svolta rilevante, se non proprio rivoluzionaria, nell’economia digitale. E non solo per le Big Tech, ma anche per il sistema editoriale europeo ed italiano.
Al momento attorno a questa scelta del fisco italiano sembra aleggiare una sorta di bolla sospensiva. Pochi i rilanci della notizia, e ancora meno i commenti, persino dei diretti interessati.
L’atto, sia per il suo autore, appunto l’amministrazione fiscale italiana, che per il suo destinatario, una selezione delle principali compagnie tecnologiche del mondo, suscita un’istintiva incredulità.
Ma quello che sembra incutere una forma di scetticismo difensivo che avvolge questa notizia, sono le ragioni della determinazione dell’Agenzia delle entrate che, ricordiamo, da qualche mese, si avvale di risorse di intelligenza artificiale nell’elaborazione dei suoi provvedimenti.
Ad essere oggetto dell’attività fiscale è un atto specifico che contraddistingue oggi tutte le relazioni digitali, ossia l’iscrizione ad una piattaforma che offre un servizio.
Nel caso in questione, si tratta di tre piattaforme che gestiscono un servizio comunitario quale quello appunto esercitato da Facebook, Linkedin e X. Sono servizi diversi, con una diversa intensità di partecipazione e di coinvolgimento da parte degli utenti.
Ma in tutte e tre quelle situazioni, questa la tesi dell’ufficio fiscale italiano, si realizza uno scambio commerciale in cui la piattaforma assicura un servizio che viene pagato da ogni singolo utente con i dati della propria identità che fornisce al momento dell’iscrizione.
Questo scambio fra spazio digitale e ogni singolo fruitore, ritenuto di natura prettamente commerciale, è la vera bomba che al momento è ancora allo studio degli esperti prima di deflagrare.
Dopo anni di retorica circa il fatto che i dati sono il petrolio del nuovo mondo, e di un proliferare di fatturati stellari da parte di aziende che hanno trovato il modo di utilizzare questa risorsa senza controlli o vincoli di legge, oggi arriviamo al redde rationem. Davide denuncia l’evasione di Golia.
A lato delle disquisizioni sulla natura più o meno di bene comune di queste informazioni fornite dagli utenti, che da tempo occupano convegni e seminari, affiora qui una soluzione estremamente pragmatica.
I giuristi e gli analisti dell’apparato fiscale, anche grazie all’utilizzo di sistemi artificiali generativi, approdano ad una conclusione estremamente razionale: se le iscrizioni alle piattaforme vengono messe addirittura a bilancio dai proprietari dei sistemi digitali, allora si tratta di una materia economicamente rilevante, basata appunto su uno scambio di beni: da una parte l’adesione dell’utente che consegna i propri dati, dall’altro erogazione di un servizio specifico.
Un principio giuridico che era già stato ratificato da diverse branchie dello Stato italiano. Infatti fin dal 2018, sia l’Autorità Antitrust che, successivamente, lo stesso Consiglio di stato, ingiunsero a Facebook di cancellare dalle sue campagne promozionali la dizione “servizio gratuito”, proprio perché il servizio era il
corrispettivo del conferimento da parte degli utenti, che nel caso erano considerati clienti, delle proprie generalità.
Una posizione questa che, se riconosciuta dalla magistratura, inevitabilmente interessata dagli immancabili ricorsi degli interessati, e anche adottato poi in ambito comunitario, non potrà non avere un effetto a valanga.
Almeno due sono i terreni su cui potrà atterrare una simile logica. Il primo che investe ogni tipo di dati. Infatti se consideriamo i dati di identità come il modo di pagare il servizio di una piattaforma come dovremmo valutare il flusso inesauribile di informazioni che cediamo successivamente alla nostra iscrizione? Pensiamo appunto ai fatturati pubblicitari di Facebook e Google, generati proprio dalla meticolosa informazione targettizzata di ognuno dei miliardi di utenti, oppure pensiamo a realtà come Netflix o Spotify che ottimizzano la propria attività in base all’estrazione continua di informazioni comportamentali dei propri iscritti. Sarebbe davvero un cambio di genere, che costringerebbe l’intera società digitale a modificare i propri rapporti, riequilibrando poteri e vantaggi nella contesa fra
proprietari e fruitori dei servizi.
Poi c’ è un secondo aspetto che riguarda il mercato nazionale. Il riconoscimento giuridico del concetto dello scambio commerciale non potrà infatti che estendersi, oltre che a tutte le altre grandi compagnie digitali – da Google ad Amazon – che dovranno a loro volta essere sanzionati per i diritti fiscali che devono agli stati dove raccolgono le iscrizioni degli utenti anche in ambito locale, visto che, come per tutte le sentenze e pronunciamenti della pubblica amministrazione, dovrà essere applicato erga omnes, a tutti i soggetti economici, anche anche alle aziende europee ed italiane che dovranno adeguarsi, contabilizzando i costi fiscali delle iscrizioni.
Infatti ogni impresa editoriale ad esempio si basa esattamente sullo stesso meccanismo inquisito dall’Agenzia delle entrate. Basta leggere i bilanci delle principali testate e vedere come vengono sbandierati i dati delle iscrizioni alle piattaforme, o degli utenti unici.
Il modello di business di tutti i giornali dovrà essere ripensato, con forme di distribuzione diversa dei vantaggi e delle opportunità.
Essere iscritto ad una newletter, con il corredo di ulteriori dati che si cedono alla testata cliccando su quel servizio, implicherà una forma di produzione economica trasparente che verrà in qualche modo tassata.
Siamo alla vigilia di una trasformazione radicale. Si delinea forse la prima procedura di negoziazione fra utenti e sistemi digitali. Infatti la scure fiscale potrebbe convincere sia i giganti multinazionali che i nani locali ad avere un atteggiamento diverso rispetto all’indiscriminata profilazione dei loro clienti.
Ad esempio gli utenti, con le loro informazioni potrebbero diventare soci, o comunque figure di partenariato delle piattaforme, in modo da imputare diversamente il valore dei dati conferiti.
L’attuale circostanza di impasse è proprio la conseguenza di avere rimosso per tanto tempo il problema credendo che nessuno avrebbe mai avuto la possibilità di trovare un punto debole nella potenza tecnologica. Invece la buccia di banana del fisco, come per Al capone, potrebbe rilevare come i giganti abbiano spesso piedi di argilla.












