“Il tennis è il terzo sport più popolare al mondo, ma soltanto il nono per distribuzione dei montepremi. Tutto ciò deve cambiare. Più atleti potranno permettersi di vivere di tennis più, giocatori ci saranno. E noi potremo dar loro un futuro”.
È uno dei tanti propositi rivoluzionari di Novak Djokovic, che dalla poltrona della Ptpa, il “sindacato” fondato dall’ex numero 1 al mondo, ha pensato bene di muovere a mezzo di ben due mozioni un’offensiva contro l’establishment del tennis. Vale a dire Atp, Wta, Itf e Itia.
Fra le imputazioni riportate nella causa depositata presso le cancellerie di Stati Uniti, Regno Unito e Unione Europea, c’è anche quella di un “controllo limitato sulle carriere e sui brand” dei tennisti – oltre al favoritismo nei riguardi di Sinner e della positività al Clostebol – . Insomma, mentre procede nella caccia al titolo numero 100 in carriera, il Djoker agita le classi proletarie del tennis mondiale, precisamente quelle collocate oltre la soglia dei primi 250 giocatori della graduatoria Atp a cui l’Association garantisce un reddito minimo.
L’azione legale della Ptpa (e dei 12 tennisti firmatari), accende così un altro riflettore sulla situazione finanziaria degli atleti minori. Minori per età, rendimento e/o notorietà. Stando ai dati Global Athlete Survey Results, derivati da un sondaggio condotto nel 2020 su 491 atleti di tutto il mondo, tra cui 20 Paesi europei, il 58% degli atleti dichiara una situazione finanziaria instabile, mentre il 71% non può fare a meno di un secondo lavoro. Una condizione che, a giudicare dai moti che stanno attraversando il tennis, sembra non essere migliorata e che piuttosto ha tracciato una nuova rotta verso le sponsorizzazioni sportive a cui gli atleti minori puntano per migliorare le proprie entrate. Si tratta di una rotta che attraversa un parco crescente di startup intermediarie fra l’atleta/utente e il brand, oltre che fra l’atleta e la comunità di follower a cui affidare le sorti della propria notorietà.
Un settore già ampiamente rodato negli Stati Uniti, dove a far scuola è Opendorse, compagnia specializzata nella tecnologia NIL, ovvero Name, Image and Likeness, fornendo ai clienti-atleti supporto nell’accrescimento del proprio appeal digitale, i cui indici sono appunto il nome, l’immagine e il gradimento.
Fondata nel 2012, Opendorse dichiara oltre 100 mila atleti registrati, che all’allenamento in campo, pista o vasca che sia, affiancano un’attività di autopromozione nella speranza di guadagnarsi l’attenzione di uno o più brand. Una sponsorizzazione che guarda oltre meriti e trionfi sportivi è dunque possibile, e inizia a farsi strada anche in Italia. È il caso di IdolMatch, startup selezionata da WeSportUp, l’acceleratore di CDP Venture Capital, che con una prima iniezione da 400 mila euro ha sviluppato una piattaforma per rendere accessibile le sponsorizzazioni sportive ad atleti di livello inferiore.

Come riportato a Prima Comunicazione dal cofondatore di IdolMatch Andrea Croce (nella foto), il modello di business non è dissimile da quello del marketplace Subito.it, dove l’incontro fra domanda e offerta genera una percentuale del 20% a titolo di “success fee”, più altre voci di reddito tra cui l’abbonamento da 10€ mensili e il 10% sulle raccolte fondi degli utenti. La piattaforma mette a disposizione degli atleti non soltanto la possibilità di candidarsi per opportunità di sponsorizzazione, ma anche la possibilità di costruirsi un profilo da “influencer”, proponendo ad esempio sedute di coaching da remoto. Con un mercato potenziale di 50 milioni di atleti, la startup premiata da Cassa Depositi e Prestiti, punta a registrare 50 mila utenti nei prossimi 5 anni.
Il tutto, in una concorrenza europea in parte scoperta e che nel 2020 ha conosciuto il lancio di Sport Endorse, startup irlandese che a cinque anni dal lancio dichiara oltre 5 mila atleti registrati e un parco di circa 1500 brand – che sottoscrivono a loro volta un abbonamento mensile da €50 – . Insomma, non tutti i brand attendono i campioni al traguardo e non tutti gli atleti sono campioni di fama mondiale.
Esistono però spazi (digitali) in cui gli sportivi minori hanno una chance di farsi un nome e attirare sponsor. Spazi in cui anche in Italia si è scelto di investire.











