“Trump, non Maduro” ha espulso i giornalisti di Voice of America

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A quasi due mesi dall’ordine esecutivo firmato da Trump per smantellare l’Usagm (U.S. Agency for Global Media), l’agenzia federale che sovrintende i media pubblici destinati all’estero, centinaia di giornalisti sono ancora in congedo.

I professionisti dei programmi pro-democrazia di VOA, trasmessi in 47 lingue, che spesso offrono l’unica alternativa ai media di stato in paesi con regimi dittatoriali sperano di tornare presto al lavoro, ma ordini giudiziari contrastanti hanno bloccato i progressi.

«Abbiamo 3.500 affiliati in tutto il mondo – emittenti TV, radio e digitali che dipendono dai nostri contenuti», ha dichiarato Patsy Widakuswara, caporedattrice della redazione della Casa Bianca di VOA e principale querelante della causa legale contro l’ordine presidenziale. «Il vuoto sarà colmato dai nostri avversari – lo è già.»

Un attacco alla libertà di stampa

L’ordine dell’amministrazione Trump che ha bollato l’emittente come “voce dell’America radicale”, accusandola di diffondere “propaganda”, ha causato l’interruzione delle sue trasmissioni per la prima volta dalla sua fondazione nella seconda guerra mondiale. Il sito web è rimasto congelato con la homepage ferma alla mattina di sabato 15 marzo, giorno dell’annuncio. Sospesi anche i finanziamenti alle altre emittenti: Radio Free Europe, Radio Free Asia e Middle East Broadcasting Networks.

«Abbiamo un pubblico vasto proprio perché non siamo propaganda», ha detto Widakuswara. «Il nostro pubblico vive dove la propaganda è la norma – e la riconosce subito. Si affidano a noi perché ci considerano credibili.»

Battaglie legali e censura

Una giudice federale ha temporaneamente bloccato lo smantellamento delle emittenti, ma VOA resta inattiva, e 1300 dipendenti ancora in congedo. Un panel d’appello ha ordinato la reintegrazione dei lavoratori, ma ha lasciato sospese altre parti della sentenza.

Gli avvocati dei giornalisti hanno chiesto che il caso venga riesaminato da tutta la corte d’appello del distretto di Columbia.

«Nicolás Maduro non ha chiuso la nostra redazione», ha detto Carolina Valladares Pérez corrispondente da Washington per VOA riferendosi al leader del Venezuela. «Donald Trump l’ha chiusa. Lo trovo sconvolgente.»

“Un regalo per dittatori e despoti”

Il Committee to Protect Journalists ha definito l’operazione di Trump «un regalo per dittatori e despoti» e ha sollecitato il Congresso a intervenire prima che i danni siano irreparabili. Secondo l’organizzazione, comportamenti simili da parte di un presidente USA danno il via libera a repressioni simili altrove.

“Noi non potevamo chiuderli. Ma l’America lo ha fatto da sola. Una decisione fantastica.» ha commentato Margarita Simonyan di Russia Today.

Preoccupazione la vita dei giornalisti

Al momento dieci giornalisti dell’agenzia risultano incarcerati in paesi come Myanmar, Russia, Vietnam e Azerbaigian. E alcuni giornalisti stranieri, ora a rischio di espulsione, una volta rientrati nel proprio Paese, rischiano carcere o pena di morte.

Durante la cena annuale della White House Correspondents’ Association, il presidente Eugene Daniels ha espresso solidarietà: «Non vediamo l’ora di rivedervi nei corridoi della Casa Bianca a raccontare storie importanti al mondo.»

Foto (Ansa): redazione di Voice of America a Washington