Diritti tv del calcio: unità e disunità del pallone nostrano

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La bozza di riforma della Legge Melandri al centro delle polemiche di un sistema calcio che doveva essere oramai pacificato e con tutte le sue componenti – Ministero sport, Federazione, Lega Serie A – allineati sugli stessi obiettivi e che invece ha mostrato ancora buoni margini di disunità.
Pur essendo tutte queste frazioni di interessi alla fine ‘coperte’ e ben rappresentate nel governo di centro destra.

Formalmente la querelle è sanata. Il ministro dello sport, Andrea Abodi, ha risposto al presidente della Lega Serie A, Ezio Simonelli, in maniera rassicurante. Quella circolata – ha detto Abodi al club dei presidenti che protestavano per i contenuti del dispositivo circolati – è soltanto una versione di massima del provvedimento che, dopo un attento e allargato confronto, con il ruolo della Serie A in primissimo e fondamentale piano, da “interlocutore primario”, sarà alla fine varato, ma certamente non a breve.

Chi ha fatto girare la bozza provvisoria? Le dietrologie si sprecano, prevalendo due piste: che ci fosse da qualche parte l’intenzione di rilanciare il proprio ruolo divenuto marginale nel nuovo contesto pacificato, o forse l’intenzione di ‘bruciare’ subito i contenuti ‘scomodi’ contenuti in questa versione della riforma.

Ezio Simonelli e Andrea Abodi (collage con foto Ansa)

Cosa preoccupa la Serie A

Le novità rilevanti per il calcio e i club del massimo campionato inserite nella bozza sono tre o quattro, alcune con un potenziale negativo per gli interessi del mondo pallonaro, altre con riflessi che potrebbero essere teoricamente molto positivi.
La Lega Serie A si è molto allarmata per i passaggi del dispositivo da cui si evince come possibile l’allargamento della mutualità esterna, verso il Basket ed altre discipline dello sport italiano ad esempio.
Attualmente vengono girati ad altre componenti circa 120 milioni (il 10% del totale), con la Serie B (70 milioni), la Lega Pro (24 milioni), la Lega Dilettanti (12 milioni), la Federcalcio (12 milioni) che sono i principali destinatari dei rivoli derivanti dalla cessione dei diritti tv.

In Lega il timore è che i ricavi del calcio di Serie A (Coppa Italia e SuperCup comprese), specie senza alcun intervento dello Stato favorevole alla industry (nella bozza non vengono dissolti i vincoli e i limiti previsti per il betting nel Decreto Dignità, né si prevede che una quota delle scommesse vada a chi organizza gli eventi), a tendere possano calare.
E così vedono come il fumo negli occhi questa prima ipotesi, che ritengono più o meno sottilmente animata da una ratio demagogica e alla fine punitiva per chi produce risorse per tutto il sistema.

Esclusiva e dati di ascolto

Più interessanti – specie se lette in abbinata – altre due variazioni in discussione. Detto che per una nuova gara dell’assegnazione dei diritti tv, a meno di clamorosi colpi di scena, se ne parlerà nel 2029, la bozza dice che per il campionato di Serie A, si può prevedere una durata superiore ai tre anni del contratto. Ed anche un’aggiudicazione in esclusiva, anche se spetterà all’Agcom giudicare se questa possibilità sia percorribile.
Tra i criteri di ripartizione tra le squadre del montante complessivo spariscono poi i criteri che fanno riferimento agli spettatori allo stadio, ma anche all’audience televisiva. Questa ‘condizione’ si portava come allegato l’obbligo che i detentori dei diritti facessero misurare da un JIC (Auditel, Audicom) le audience delle partite. Questo vincolo aveva portato qualche mese fa Prime a rinunciare alla distribuzione dei match di Dazn.
Nella nuova determinazione della legge, un player come Prime, ma anche come Disney, HBO Max, Netflix, Apple, YouTube e qualunque altro soggetto renitente alle misurazioni dei JIC potrebbe comprare i diritti tv della Serie A senza essere costretto a farsi entrare in casa i ‘controlli’ di una entità terza.