Due mondi, si chiude fra successi e addii

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Questo appena concluso è stato l’ultimo dei suoi cinque anni da direttrice del Festival dei Due mondi. Che cosa succederà adesso nella vita di Monique Veaute non è ancora deciso.
Che cosa sarà dello storico festival di Spoleto, che quest’anno è arrivato alla 68esima edizione e che sfoggia risultati record: anche questa è un’incognita. A parte il nome del successore di Veaute, l’impresario della danza Daniele Cipriani.
Eppure, nel bilancio della manifestazione 2025 che – inaugurata il 27 giugno – ha chiuso domenica 13 luglio, le ragioni del successo, e quindi della continuità, ci sarebbero tutte: dai nomi degli artisti coinvolti ai conti in ordine, fino all’impegno attivo per la sostenibilità.

Monique Veaute

Una storia europea

Nata a Tübingen, in Germania, Monique Veaute ha una lunga carriera in Francia dove, tra le altre cose, dirige la sezione Musica della Biennale di Parigi, partecipa alla creazione del Festival Musica di
Strasburgo, ha numerosi incarichi fino a ricevere la la Légion d’Honneur.
Nel frattempo, in Italia, 40 anni fa crea il Festival di Villa Medici che diventa poi la Fondazione Romaeuropa – Arte e Cultura, di cui Veaute è direttore artistico e quindi presidente onorario.
Dal 2007 al 2009 è amministratore delegato di Palazzo Grassi a Venezia, a fine 2012 entra nel cda della
Fondazione MAXXI
a Roma. E anche in Italia riceve un titolo presidenziale: Cavaliere al Merito della Repubblica. Alla direzione artistice del Festival dei Due Mondi arriva nel febbraio 2020.

Umberto Orsini

La parola alla direttrice

Il suo contratto si conclude dopo 5 anni, ma era proprio necessario cambiare guida ai ‘Due mondi’?
“I numeri confermano che abbiamo avuto una larghissima partecipazione, con presenze da tutto esaurito e un risultato al botteghino fra i migliori del decennio. La programmazione si è allargata: non solo nei weekend, ma ogni giorno per tutte le due settimane abbondanti del festival c’era qualcosa da seguire. Anche con spettacoli che – dal Berliner Ensemble che ha portato ‘Woyzeck’ in tedesco all’artista sudafricano William Kentridge con il suo spettacolo in originale – hanno intercettato il pubblico straniero, magari persone che già si trovavano in Italia ma non conoscevano il festival”.
Ha provocato polemiche il caso del Teatro della Toscana, che è stato declassamento, motivando l’operazione con l’eccesso di spese…
“Ma noi dal ministero abbiamo ricevuto il massimo punteggio per l’erogazione di fondi. Ci sono stati i risultati di botteghino, i successi artistici, i fondi: perché cambiare?”.
Si è confrontata con il suo successore, Cipriani?
“No. Invece, quando 5 anni fa io ho preso il testimone dal direttore Giorgio Ferrara, abbiamo avuto un rapporto fantastico, collaborativo. Ma ricordo anche che mi ha detto: ‘Guardati le spalle e vai avanti’.
In che modo è “andata avanti” in questi anni?
“I primi due erano vicini al periodo Covid, e si è potuto fare poco. Poi abbiamo preso la rincorsa, assolvendo al compito che ci era stato dato, di rilanciare il festival. Lo abbiamo fatto anche ampliando il rapporto con l’internazionale. Sono venuti a Spoleto artisti dall’Australia, dalla Cina, da tutti i Paesi europei, dal Sudafrica. E così si è ampliato pure il pubblico, con tantissimi stranieri, molti americani”.

Stefano Bollani, Alessandro Baricco


L’età del pubblico del festival è cambiata?
“Sì, adesso ci sono anche moltissimi giovani. Per coinvolgerli, per esempio, abbiamo presentato concerti non solo di musica classica ma anche di elettronica e jazz. Così come nella danza abbiamo portato artisti contemporanei”.
Lei è una delle poche donne a dirigere festival…
“In Italia, mentre nel nord Europa, in Francia, in Belgio è diverso. Ma qui è tutto un po’ conservatore. Eppure sarebbe una cosa normale. Io comunque mi sono scelta uno staff molto femminile, dalla direttrice organizattiva alla responsabile amministrativa. L’unico uomo è Marco Ferullo, responsabile dell’ufficio stampa”.
Da donna, pensa di aver avuto uno sguardo diverso nelle scelte che ha fatto a Spoleto?
“Ho cercato di valorizzare le donne. Per esempio, ho portato Barbara Hannigan, soprano e direttrice d’orchestra: quando l’ho fatta venire qui sembrava una cosa strana, poi è andata a dirigere Santa Cecilia, San Carlo”.
Com’è l’addio a Spoleto?
“Dalla città ho avuto grande solidarietà. Quanto al governo, hanno fatto con me come con Roberto Cicutto, che era presidente della Biennale di Venezia: hanno aspettato che scadessero i nostri contratti e ci hanno sostituiti. Evidentemente ci sono elenchi persone pronte da mettere alle diverse direzioni artistiche, tornano sempre gli stessi nomi. E non ci sono mai giovani”.
Lei è una professionsita che conosce bene l’Europa: come sta la cultura in Italia?
“Un po’ dappertutto si fanno tagli sui fondi per la cultura, si pensa che sia un fatto di élite, che riguarda pochi e che ci vadano sempre le stesse persone. Non è così: i teatri sono sempre più pieni, e dappertutto c’è una gran voglia di ritrovarsi insieme in spazi pubblici.

Gli ultimi numeri, i più ‘ricchi’

31.000 i biglietti emessi, per un incasso di 925.000 euro (la migliore performance delle ultime diciotto edizioni). 67 spettacoli per un totale di 106 rappresentazioni, con una media di occupazione che supera il 90%, anche nella Piazza Duomo dove per la serata ‘Novecento’ con Baricco/Bollani/Rava sono arrivati 2.400 spettatori. Hanno partecipato oltre 784 artisti di 53 compagnie. E il festival ha dato lavoro a 280 persone, fra assunti, collaboratori, tecnici.