Nell’ultima settimana il presidente americano ha imposto dazi ai partner commerciali, ha aumentato la pressione sulla Federal Reserve affinché tagli i tassi d’interesse e avviato una nuova indagine sul sistema universitario nel tentativo di riformarlo, confermando che le minacce sono una caratteristica permanente della sua amministrazione.
Lo scorso 4 maggio Trump, sull’Air Force One, annunciando di essere prossimo a finalizzare nuovi accordi commerciali con paesi selezionati, pronunciò la famosa frase che riflette il suo stile negoziale: “They don’t set the deal. I set the deal.” (“Non sono loro a stabilire l’accordo. Lo stabilisco io.”).
I suoi alleati sostengono che il suo fare aggressivo sia necessario per difendersi dagli attacchi dei Democratici, dei media e del sistema giudiziario e portare avanti la sua agenda politica.
Gli avversari, invece, vedono nel frequente riferimento alle “negoziazioni” un grande bluff per nascondere l’imposizione del suo volere ed espandere il suo potere.
“Il pluralismo e la diversità delle istituzioni che operano in autonomia — le aziende, la magistratura, le istituzioni non profit che sono elementi importanti della società — sono gran parte di ciò che definisce la vera democrazia”, ha dichiarato Larry Summers, ex segretario al Tesoro e già presidente dell’Università di Harvard all’Associated Press. “Questo è minacciato da approcci pesanti e estorsivi.”
Ultimo attacco all’autonomia degli atenei
A partire da aprile, Harvard è stato uno dei bersagli di Trump, che dopo il rifiuto dell’università di accettare cambiamenti nella governance e nella composizione del corpo docente, ha bloccato 2,2 miliardi di dollari in finanziamenti per la ricerca, minacciato di revocarne lo status di esenzione fiscale e impedito di accogliere circa 7.000 studenti stranieri (che di solito pagano la retta intera, ndr).
“Il finanziamento federale è un privilegio, non un diritto,” ha dichiarato il portavoce della Casa Bianca Kush Desai.
La scorsa settimana l’amministrazione Trump ha inviato all’ateneo dei mandati di comparizione per ottenere dati sugli studenti nell’a nell’ambito di una serie di indagini sulle politiche di diversità, equità e inclusione (DEI), che Trump ha abolito con un ordine esecutivo lo scorso 21 gennaio.
In seguito a queste stesse indagini, lo scorso 27 giugno, il rettore James E.Ryan dell’Università della Virginia (UVA), prima università pubblica ad entrare nel mirino di Trump, ha annunciato le sue dimissioni.
Da giovedi scorso tocca invece a Gregory Washington, rettore della George Madison University, seconda università pubblica della Virginia, dimostrare di non aver privilegiato la diversità dei candidati rispetto ai loro titoli accademici.
“L’autonomia istituzionale è una parte fondamentale di ciò che rende efficace l’istruzione superiore”. ha detto Ted Mitchell, presidente del Consiglio Americano dell’Istruzione e funzionario del Dipartimento dell’Istruzione sotto Barack Obama.
“È ciò che permette alle università di cercare la verità senza considerazioni politiche.” ha aggiunto sottolineando che misure del genere sono senza precedenti.
La Fed nel mirino
Anche la Federal Reserve, la banca centrale degli Stati Uniti, si trova nel mirino dell’amministrazione Trump, che ne accusa il presidente, Jerome Powell, di essere troppo lento nel tagliare i tassi di interesse.
Una mossa che, secondo Trump, potrebbe rendere più accessibili i prestiti al consumo, come i mutui e i finanziamenti per auto, e aiutare il governo a finanziare il debito federale, che si prevede aumenterà a causa dei tagli fiscali recentemente introdotti dalla nuova legge di bilancio
Powell ha finora evitato di ridurre il tasso di riferimento per la preoccupazione che il taglio dei tassi possa alimentare ulteriormente l’inflazione.
Desai ha dichiarato che la Fed dovrebbe agire in base ai risultati economici recenti, che dimostrano come le politiche fiscali del presidente abbiano contribuito a rallentare l’inflazione.
Trump, pur dichiarando di non voler licenziare Powell, un atto che potrebbe risultare impossibile per motivi legali, ne ha sollecitato le dimissioni e ha aumentato il suo controllo sulla gestione della Fed, in particolare per la costosa ristrutturazione della sede centrale a Washington.
Preoccupazione tra gli esperti di economia
Se i mercati e gli investitori globali riterranno che la Fed sia stata sottomessa alla volontà di Trump, ci saranno costi reali,” ha affermato David Wessel, economista presso la Brookings Institution, sottolineando come una perdita di indipendenza della banca centrale potrebbe avere conseguenze gravi sulla stabilità economica.
Minacce di dazi al posto di accordi commerciali
Anche sul fronte dei dazi è evidente la condotta improntata alla coercizione del presidente.
Lo scorso aprile Trump aveva dichiarato di voleva imporre dei dazi generalizzati per risolvere il problema degli Stati Uniti che acquistano troppo dall’estero e vendono troppo poco.
Data la reazione negativa dei mercati finanziari, il presidente aveva concesso un periodo di negoziazione di tre mesi, allo scadere dei quali ha inviato 25 lettere a diversi Paesi e all’Unione Europea comunicando le loro nuove tariffe e minando il lavoro dei suoi stessi negoziatori.
Desai ha sottolineato che l’approccio di Trump ha generato “un interesse travolgente” da parte di altri Paesi nel concludere accordi commerciali, fornendo agli Usa leva nei negoziati.
Ma la preoccupazione per l’escalation di autoritarismo a cui stiamo assistendo è diffusa.
“L’impostazione arbitraria dei dazi secondo i capricci di una sola persona non ha precedenti nella storia della politica commerciale dal XVII secolo.” ha commentato John C. Brown, professore emerito di economia alla Clark University nel Massachusetts.
Inoltre Trump mostra di usare la minaccia dei dazi anche per influenzare i sistemi giudiziari di altri Paesi per aiutare dei propri alleati politici, come nel caso del Brasile, a cui toccheranno imposte del 50% se non ritirerà il processo contro l’ex presidente Jair Bolsonaro.
“Trump solleva gravi interrogativi sul significato di firmare qualsiasi accordo con gli Stati Uniti.” ha detto Inu Manak, esperta di politica commerciale presso il Council on Foreign Relations, sottolineando che due delle lettere sono state inviate a Canada e Corea del Sud, alleati con cui gli USA, che avevano già accordi commerciali ratificati dal Congresso.
“E non fa che aumentare la sfiducia verso le intenzioni politiche e commerciali degli Stati Uniti” ha aggiunto.
Foto (Ansa)


















