Deputato espulso dal parlamento d’Israele per aver usato la parola genocidio

Condividi

Il deputato di estrema sinistra Ofer Cassif è stato espulso dall’aula della Knesset per aver definito quanto sta avvenendo a Gaza “genocidio”, citando le parole di David Grossman, uno degli scrittori più rispettati del Paese e sostenitore di un uso responsabile del linguaggio.

L’uso del termine “genocidio” per descrivere l’offensiva in corso a Gaza provoca shock in Israele, perché l’idea che il governo e l’esercito ebraico possano deliberatamente perseguire una politica che provoca sofferenze e morte di massa tra la popolazione civile è vista come oltraggiosa e antisemita.

Negazione e censura

Ieri, durante la seduta, quando Cassif – politico israeliano, membro del parlamento israeliano, noto per essere uno dei critici più espliciti del governo israeliano, in particolare riguardo alla questione palestinese – ha scelto di usare la parola “genocidio” in riferimento al conflitto israelopalestinese dichiarando di citare David Grossman, ha suscitato reazioni molto violente.

La deputata del Likud Tally Gotliv ha infatti gridato: «Non dirà ‘genocidio’ qui dentro!».

 Il presidente della sessione, Nissim Vaturi, ha ordinato l’espulsione di Cassif e ha perfino affermato che quella di Grossman non fosse una vera citazione: «È inventata».

 In tal modo, non solo è stato messo a tacere un parlamentare, ma anche la voce di uno degli intellettuali più autorevoli del Paese.

Un autore segnato dalla guerra

Grossman, autore pluripremiato e voce morale riconosciuta in Israele, ha sorpreso molti prendendo posizione pubblicamente: «Con immenso dolore e il cuore spezzato, devo dire che si tratta di genocidio».

Le sue parole sono arrivate dopo quasi due anni di guerra e immagini quotidiane di devastazione e morti civili a Gaza.

Ha spiegato di aver sentito “un’urgenza interiore” a chiamare le cose con il loro nome, pur avendo cercato a lungo di evitarlo.

Questo bisogno di chiamare le cose con il loro nome nascono dalla sua esperienza personale.

Grossman ha infatti perso suo figlio Uri nel 2006, durante la guerra in Libano.

Da allora, è diventato un simbolo di coscienza nazionale, capace di parlare con empatia e lucidità anche nei momenti più difficili.

La responsabilità delle parole

Grossman ha riflettuto a lungo sul potere del linguaggio.

In un saggio scritto un anno dopo la morte del figlio, ha spiegato che l’individuo rischia di dissolversi nella massa quando smette di scegliere e nominare le proprie azioni con parole nuove, fresche, autentiche.

È proprio questa esigenza di verità che lo ha spinto a usare, in passato, termini controversi come “occupazione” e “apartheid”, e oggi, una parola che molti in Israele rifiutano ancora: “genocidio”.

Foto (Ansa): Ofer Cassif