Potere Digitale e Sovranità: l’appello di Draghi e la sfida globale

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Mario Draghi ha lanciato da Bruxelles un allarme netto e senza filtri: l’Europa rischia di perdere la sua sovranità digitale se non accelera drasticamente sull’intelligenza artificiale e sulla trasformazione tecnologica.
Durante il suo intervento al Parlamento europeo, Draghi ha evidenziato come soltanto il 15% delle imprese europee utilizzi l’intelligenza artificiale attivamente, contro un 40% negli Stati Uniti. Ha inoltre ribadito la necessità di una semplificazione radicale del GDPR, ancora percepito come ostacolo al pieno sfruttamento dei dati che alimentano l’AI.

Altro nodo cruciale sono i costi energetici industriali, quasi quattro volte superiori in Europa rispetto agli USA, uno svantaggio che rischia di soffocare l’espansione di data center e infrastrutture digitali strategiche.

Draghi ha invitato a superare la lentezza burocratica e a puntare su cooperazioni rafforzate e investimenti condivisi, per costruire un’Europa digitale autonoma e competitiva.

Questa urgenza europea si riflette perfettamente nel più ampio quadro nazionale e internazionale, dove le infrastrutture e le piattaforme digitali sono terreno di scontro geopolitico e industriale.

In Italia, TIM vede rafforzare il controllo pubblico con Poste Italiane, primo azionista con il 24,8%, che ha ottenuto il via libera dall’Autorità garante. Tim sta proseguendo nella strategia dell’allargamento del perimetro della società oltre la telefonia: cybersecurity, cloud, IoT, energia, pagamenti digitali e servizi finanziari.
Questo modello pubblica-privato ha riportato l’italia nell’alveo della situazione in Germania, Spagna e Francia, dove lo Stato controlla quote di rilevanza strategica in Deutsche Telekom ,
Telefonica e Orange, riconoscendo da tempo che le reti di comunicazione sono un asset cruciale per la sicurezza e lo sviluppo economico. L’italia in questo aveva rappresentato una eccezione dimostratasi non proprio virtuosa ora sanata dal Governo Meloni.

Nel frattempo, oltre Atlantico, la vicenda TikTok continua a mostrare la centralità degli algoritmi e dei flussi informativi nella politica globale. Le pressioni statunitensi per imporre la cessione della piattaforma cinese a Oracle sono la dimostrazione che la guerra digitale coinvolge la sfera della sicurezza nazionale e del soft power, molto più che il mero mercato.
Significativa è anche la posizione di Alphabet, gruppo controllante Google, che a settembre 2025 ha superato una capitalizzazione di mercato superiore ai 3.000 miliardi di dollari, entrando nel club ristrettissimo delle società più potenti di sempre.

Google si conferma non solo gigante commerciale, ma infrastruttura chiave, con il proprio codice e dati che governano l’accesso all’informazione di miliardi di persone nel mondo.
Sul fronte politico, a conferma dell’importanza strategica dell’industria tecnologica, il presidente Donald Trump ha convocato a inizio settembre alla Casa Bianca una cena con i principali CEO delle Big Tech, da Tim Cook a Mark Zuckerberg, da Sundar Pichai a Satya Nadella e Sam Altman. L’incontro ha sancito un patto per mantenere la supremazia americana su intelligenza artificiale e infrastrutture digitali, sottolineando il peso politico ed economico crescente di queste tecnologie. E poco rileva l’assenza di Elon Musk a questo incontro.

In questo contesto, il monito di Mario Draghi assume un valore cruciale: Bruxelles deve andare oltre la capacità normativa e tradurre la sua ambizione in azioni incisive industriali e politiche , altrimenti l’Europa rischia di rimanere spettatrice passiva di un mondo digitale dominato da oligopoli tecnologici e interessi geopolitici stranieri, con una Cina sempre più attiva nello sviluppo di tecnologie e negli investimenti in IA.

Il futuro della nostra sovranità si giocherà nella capacità di comprendere e governare le infrastrutture, i dati e gli algoritmi. L’Europa ha davanti a sé una sfida decisiva per rilanciare la propria competitività e difendere gli interessi delle sue imprese e cittadini.