Mosaico Mediterraneo: il valore di un dettaglio

Condividi

Ho imparato a fotografare grazie a un paio di forbici da sarto. Erano appoggiate, grandi e affilate, sulla scrivania di Vittorio Nisticò, direttore de ‘L’Ora’. Pronte per essere impugnate e, zac zac, tagliare una fotografia destinata a finire in prima pagina. Costruire un’inquadratura efficace, insomma. Ben sapendo che anche da quella foto sarebbero dipesi l’attrattività di quel numero del giornale, il suo fare colpo sui lettori e dunque le sue vendite.

In quel piccolo, grande, battagliero e coraggioso quotidiano del pomeriggio di Palermo, accanto al piacere dell’impegno politico, culturale e civile per le tante battaglie contro la mafia e di sostegno al buon governo, fin dall’inizio degli anni Settanta ho imparato il valore di un ‘aglio’, di un’inquadratura. E ancora oggi ne faccio tesoro. Con un occhio magari un po’ più sofisticato, dopo tante altre esperienze nei giornali, decine di mostre d’arte e di fotografie viste con attenzione, un libro essenziale letto e riletto con cura (‘La camera chiara’ di Roland Barthes, con la teoria sull’immagine che deve ‘pungere’) e, soprattutto, lunghe conversazioni con amici cari, loro sì capaci e colti fotografi.

Il mio sguardo, da tempo, si ferma sui ‘dettagli’ mediterranei. Di un Mediterraneo molto meridionale, molto siciliano.

Le 80 fotografie di questa mostra (selezionate da Carlo Furgeri Gilbert, impaginate da Bruno Genovese ed esposte al Teatro Parenti grazie alla generosità e alla collaborazione di Andrée Ruth Shammah e alla sapienza organizzativa di Mauro Vaerini) raccontano un “Mosaico mediterraneo” di paesi di costa e di montagna e soprattutto di isole, dai confini che l’ansia di conoscenza porta a varcare. Il rifrangersi di un’onda, un’ombra, il tralcio d’una vite, le spine dei fichi d’India, la serratura arrugginita d’una antica porta, un sentiero tra il verde, l’angolo d’una casa, un albero, un gioco di luci e colori, un istante strappato al corso del giorno o della notte, la traccia d’una navigazione, la ricerca di una piazza o di un porto. E così via continuando, nel gioco che attraversa lo spazio e il tempo. Dall’alba al tramonto. Tra acque chiare e alture solenni che fanno da corona alle insenature.

Paesaggi ospitali e talvolta aspri. E ruderi che hanno ancora la forza di testimonianze di vita. Appunti per gli occhi segnati sui bordi delle pagine di un ‘Breviario mediterraneo’ che ricorda letterature e arti. Memorie. Come condizioni essenziali per un migliore futuro. 

L’insistenza sui dettagli, insomma, intende sottolineare, proprio nei particolari, l’anima profonda di un’area del mondo che, nel corso della storia, ha definito una propria originale identità attraverso l’incrocio fecondo di confronti e conflitti, guerre e commerci, scontri e incontri di culture, religioni, lingue, costumi e consumi. Un’identità, dunque, aperta e dialettica, mutante, meticcia. Un’identità dinamica, quanto mai stimolante proprio in una stagione di così radicali cambiamenti e di profonde incertezze.

L’identità di persone in movimento. Com’è sempre stato. Percorrendo strade ancora calpestate da mercanti e migranti, con il loro carico di speranze e di orgogliose vitalità. 

Migranti da accogliere e aiutare a inserirsi nella grande comunità europea.Persone, dunque, da formare ed educare a una cittadinanza consapevole e responsabile. Un progetto impegnativo, sostenuto dalla Fondazione Bpm presieduta da Umberto Ambrosoli e affidato alle sapienti mani della Caritas. Cui andranno tutte le risorse raccolte con la vendita di queste foto, per finanziare corsi per bambini e ragazzi. Una goccia, certo, rispetto al fabbisogno. Ma uno stimolo, comunque, per cominciare. E suggerire altre analoghe, benemerite iniziative.