La cancellazione improvvisa del documentario ‘No Other Land’ – vincitore dell’Oscar 2025 e incentrato sulla vita dei palestinesi di Masafer Yatta, in Cisgiordania – previsto su Rai3 il 7 ottobre (anniversario delle stragi di Hamas in Israele), racconta più di quanto sembri.
Non è solo la storia di un programma spostato all’ultimo minuto, ma il sintomo di un problema strutturale che sta minando le fondamenta della televisione pubblica italiana.
Da quando si è’ passati all’organizzazione “per generi” al posto dei tradizionali direttori di rete, la Rai sembra navigare senza bussola. I dati di settembre 2025 mostrano una situazione altalenante: vittorie spot si alternano a performance discontinue, segnale di una strategia che fatica a trovare coerenza.
Ma il problema non è solo nei risultati. È nel metodo.
Il modello delle direzioni di genere ha frammentato i poteri e creato sovrapposizioni. I direttori di genere producono contenuti verticali, ma nessuno sembra stia riuscendo a coordinare efficacemente l’offerta complessiva per rete. Il risultato sono palinsesti confusi, decisioni dell’ultimo minuto che hanno imbarazzato l’azienda, e soprattutto l’assenza di figure autorevoli che difendano la libertà editoriale.
Prendiamo il caso concreto: un documentario sulla questione palestinese viene programmato, poi improvvisamente cancellato. Chi ha deciso? Chi se ne assume la responsabilità? Nelle nuove catene di comando, queste domande rimangono senza risposta precisa. Le decisioni si prendono “in alto” e si scaricano a cascata in organigrammi sempre più anonimi. Mentre girano voci di interventi politici.
Nel tentativo peraltro condivisibile di razionalizzare la produzione , si è persa la razionalità complessiva e la specificità editoriale dell’offerta televisiva. Ogni rete dovrebbe avere una sua missione, un suo pubblico, una sua personalità riconoscibile. Invece, nella frammentazione attuale, si rischia l’omologazione verso il basso.
Non si tratta di nostalgia per il passato o di resistenza al cambiamento. Si tratta di riconoscere che l’organizzazione aziendale deve servire il progetto editoriale, non viceversa.
La politica ha chiesto riforme, ma forse non ha specificato quale tipo di servizio pubblico vuole.
Il caso ‘No Other Land’ è solo la punta dell’iceberg di un’organizzazione che sta perdendo la capacità di essere punto di riferimento culturale e informativo. La Rai ha bisogno di una governance che restituisca trasparenza nelle decisioni e responsabilità nelle scelte editoriali. Altrimenti, i numeri e non solo degli ascolti parleranno da soli.












