Lo studio Censis Philip Morris Italia: stipendi troppo bassi e mansioni sottodimensionate. Il 44% vorrebbe cambiare lavoro, tra i giovani la quota oltre il 60%
La motivazione è un fattore importante per un’azienda come Philip Morris, grande multinazionale del tabacco da 84 miliardi di dollari di fatturato (quasi 3 miliardi di euro in Italia) e con 83 mila dipendenti globale (in Italia 2800 solo i diretti, ma la filiera arriva a qualche decina di migliaia). E’ importante perché le normative sul tabacco impediscono di fatto all’azienda di comunicare il suo prodotto, talvolta perfino gli stessi risultati economici. Può però sponsorizzare iniziative a carattere culturale e scientifico. Studi e ricerche. Tanto più quando, come in questo caso con il Censis, l’oggetto della ricerca è una verifica delle strategie adottate dal gruppo in tema di risorse umane.
L’indagine «Engagement e produttività. Più produttività attraverso la leva della motivazione e del coinvolgimento sul posto di lavoro» realizzata dal Censis è stata infatti commissionata da Philip Morris Italia. I ricercatori dell’istituto la hanno condotta su un campione rappresentativo di occupati dipendenti arrivando alla conclusione che il gap di produttività del lavoro italiano rispetto alle medie Ocse e Ue non è più dovuto oggi alla mancanza di innovazione e alla scarsa digitalizzazione ma è invece dovuto a due fattori finora poco o nulla considerati: motivazione e coinvolgimento. Due termini che, uscendo dalla terminologia sociologica e andando “sul campo”, significano in sostanza due cose ben note: basse retribuzioni e mansioni sottodimensionate. Può sembrare la scoperta dell’acqua calda ma non è così proprio perché prima si tendeva a pensare che il problema fosse appunto la tipologia di business, troppo arretrata e poco innovativa.

È quindi fondamentale che adesso le aziende comprendano come trasformare motivazione e coinvolgimento in leve strategiche per aumentare l’engagement e di conseguenza la produttività. Tra le possibili strategie per aumentarlo, il 54,0% degli occupati chiede una retribuzione più competitiva. Se lo stipendio resta il nodo centrale, i lavoratori non guardano solo al portafoglio: quattro su dieci vorrebbero più benessere e condizioni di lavoro migliori, il 32,0% benefit aziendali e oltre un quarto (il 26,9%) maggiore flessibilità oraria e smartworking.
Quello che emerge dalla ricerca Censis è soprattutto una forte sensazione di disincanto, che mette sempre più in discussione il concetto tradizionale di lavoro come fulcro della vita sociale e personale. È quasi la metà dei lavoratori dipendenti a sentirsi regolarmente o sporadicamente distaccato o poco coinvolto durante le proprie attività lavorative, ma ancora più critico è il dato sui giovani, poiché più della metà (53,9%) avverte questo problema.
«I numeri parlano chiaro: solo il 10% dei lavoratori italiani si dichiara davvero coinvolto nel proprio lavoro e quasi la metà sperimenta una distanza emotiva dalla propria attività» ha dichiarato Pasquale Frega, presidente e ad di Philip Morris Italia. «Questo significa che per molti il lavoro non è fonte di motivazione. È una sfida che, come imprese, non possiamo ignorare. Per questo Philip Morris Italia ha scelto di mettere le persone al centro, investendo nella formazione continua, garantendo parità salariale, supportando la genitorialità e favorendo un equilibrio concreto tra vita privata e professionale. E ci impegniamo a portare questi valori e opportunità di crescita alle realtà con cui collaboriamo lungo la nostra filiera integrata».
Ma va sottolineato che qui non si tratta di disaffezione dal lavoro ma dal posto di lavoro . Il disengagement – spiega ancora lo studio Censis – si traduce in un dato eloquente: il 44,3% dei dipendenti ha considerato di cambiare occupazione. La percentuale tocca il 64,6% tra i più giovani. Tra i motivi che spingono a considerare la possibilità di un cambio di lavoro i principali sono: aumento del reddito (39,5%); stress o carico di lavoro eccessivo (28,7%); maggiore soddisfazione professionale (21,5%). La disaffezione al lavoro implica quindi una serie di sfide per l’azienda, che può veder calare produttività e qualità delle prestazioni, contemporaneamente ad un aumento del turnover. Un lavoratore su tre (33,3%) crede che il disimpegno abbia un impatto significativo sui risultati dell’azienda in cui lavora, riducendo la produttività in modo evidente, convinzione particolarmente diffusa negli over 55 (45,2%), distanti di quasi 20 punti percentuali dai più giovani (25,4%).
Lo studio Censis è stato presentato venerdì scorso, 26 settembre, a Roma nel corso di un convegno a cui hanno preso parte, oltre a Giorgio De Rita, Segretario Generale Censis, Ciro Cafiero, avvocato giuslavorista, Don Andrea Ciucci, Coordinatore Ufficio centrale Pontificia accademia per la vita, Pasquale Frega, Presidente e Ad di Philip Morris Italia, Lorenzo Malagola, Segretario X Commissione Lavoro Camera dei Deputati, Mattia Pirulli, Segretario Confederale Cisl.












