OpenAI a 500 miliardi: bolla.com 2.0 o nuova era industriale?

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OpenAI ha raggiunto una valutazione privata stimata attorno ai 500 miliardi di dollari, dopo una vendita secondaria di azioni a SoftBank e altri investitori. Non si tratta di una capitalizzazione di Borsa, ma di una stima basata su operazioni nel mercato privato del venture capital, un dato che tuttavia la pone davanti a SpaceX come startup più preziosa al mondo.

Il parallelo con la bolla.com

Il confronto con la bolla delle dot-com è naturale: nel 2000 molte aziende venivano valutate miliardi anche senza ricavi o utenti reali, spinte dall’euforia speculativa. Oggi la situazione appare molto diversa. OpenAI ha dichiarato circa 700 milioni di utenti settimanali attivi su ChatGPT (dato agosto 2025), con ricavi 2024 di circa 3,7 miliardi di dollari. Per fare un confronto, Nvidia nel 2024 ha registrato ricavi annui superiori a 60 miliardi, Salesforce oltre 30 miliardi: la forbice tra valutazione e ricavi resta dunque ampia, ma meno immotivata di cento volte fa.

L’analista Benedict Evans evidenzia che, a differenza del 2000, oggi l’IA sta sostituendo processi reali nelle aziende, producendo risparmi e valore misurabili, mentre un tempo Internet era ancora una promessa da dimostrare.

L’ecosistema di adozione

L’adozione dell’IA è un fenomeno globale e multifattoriale. Microsoft 365 conta più di 430 milioni di utenti paganti e sta integrando Copilot nei flussi produttivi quotidiani. GitHub Copilot, basato su tecnologia OpenAI, supera 1,3 milioni di abbonati paganti e oltre 20 milioni di utenti complessivi. Salesforce Einstein AI è adottato da oltre 200.000 aziende. Questi numeri segnalano che l’IA non è più un esperimento, ma una tecnologia che incide concretamente sulla produttività.

Le voci critiche

Non mancano comunque i segnali di cautela. Il CEO Sam Altman ha più volte ammonito che “gli investitori potrebbero essere troppo entusiasti riguardo all’IA”, evidenziando alcune analogie con l’euforia dot-com. La Banca Centrale Europea ha parlato esplicitamente di rischio bolla AI, per l’enorme afflusso di capitali a fronte di una complessa e costosa integrazione nelle aziende. Studi del MIT Sloan Management Review stimano che la gran parte dei progetti pilota AI finisca senza produzione, alimentando ragionevoli dubbi sulla sostenibilità di molte startup.

L’Europa e il rischio di restare indietro

Il rapporto Draghi stima che l’Europa debba investire circa 1.000 miliardi di euro in sei anni per colmare il gap digitale con Stati Uniti e Cina. L’alta frammentazione normativa e i maggiori costi penalizzano le aziende europee, che faticano a competere a livello globale. Alcune realtà di punta in Europa, come Mistral AI e Aleph Alpha, dimostrano interesse e innovazione, ma rimangono marginali rispetto ai giganti americani.

Yann LeCun, Chief AI Scientist di Meta, avverte che l’Europa corre il rischio di diventare un museo tecnologico se non accelera gli investimenti.

Nel 2024 gli Stati Uniti hanno attratto 109 miliardi di dollari di investimenti privati in AI, la Cina 9,3 miliardi, mentre l’Europa resta molto indietro secondo lo Stanford AI Index 2025.

La vera domanda

Come sottolinea Altman, “l’IA sarà l’infrastruttura più importante del secolo”. Non si tratta solo di capire se ci sia una bolla, ma chi saprà trasformare investimenti e utenti in produttività effettiva e quali Paesi riusciranno a farlo senza rimanere indietro. Nel 2000, pochi riuscirono a distinguere tra speculazione e valore reale. Oggi la posta è ancora più alta e il ritmo della trasformazione molto più rapido: infrastrutture digitali, energia e governance saranno i veri fattori discriminanti tra bolla effimera e vera rivoluzione industriale.