Le grandi aziende tecnologiche statunitensi stanno potenziando la loro presenza e il loro potere di lobbying in Europa con budget e team sempre più imponenti.
Secondo un’analisi condotta da Corporate Europe Observatory e LobbyControl e ripresa da Politico, i gruppi del settore digitale registrati a Bruxelles hanno speso complessivamente 151 milioni di euro nell’ultimo anno per promuovere i propri interessi presso le istituzioni europee, rispetto ai 113 milioni di due anni fa.
Un aumento significativo che arriva nel pieno delle tensioni tra Big Tech e Unione Europea su leggi come il DMA – Digital Markets Act e il DSA – Digital Services Act, normative che – secondo l’amministrazione statunitense – penalizzerebbero le società americane. Allo stesso tempo, la Commissione europea starebbe valutando una revisione del proprio impianto regolatorio digitale, aprendo così nuovi spazi di manovra per le aziende del settore.
Meta e Amazon guidano la corsa alle spese
L’analisi mostra che le dieci società tecnologiche con i budget più alti – tra cui Meta, Microsoft, Apple, Amazon, Qualcomm e Google – hanno speso più delle dieci principali aziende dei settori farmaceutico, finanziario e automobilistico messe insieme.
Meta risulta essere la prima per spesa in assoluto, con oltre 10 milioni di euro investiti in attività di lobbying. Amazon, Microsoft e la stessa Meta hanno incrementato i loro budget di diversi milioni di euro rispetto al 2023: +4 milioni per Amazon e oltre +2 milioni per Microsoft e Meta. Anche Digital Europe, associazione con sede a Bruxelles che riunisce numerosi colossi tecnologici, ha aumentato di oltre un milione di euro i fondi destinati al lobbying.
Secondo gli analisti, si tratta di un momento delicato: “Con la spinta alla deregolamentazione a Bruxelles e il sostegno dell’industria da parte di Washington, Big Tech sta sfruttando la nuova realtà politica per cancellare un decennio di progressi nella regolamentazione del digitale”, ha dichiarato Bram Vranken di Corporate Europe Observatory.
Quasi 900 lobbisti in campo e accesso diretto al Parlamento europeo
Il potenziamento non riguarda solo le spese ma anche il numero di persone impegnate direttamente nel lobbying. Oggi – riporta Politico – si contano circa 890 professionisti equivalenti a tempo pieno che lavorano per orientare l’agenda digitale europea, rispetto ai 699 del 2023.
Di questi, 437 dispongono di badge che consentono l’accesso diretto al Parlamento europeo, un privilegio divenuto più raro dopo gli scandali di corruzione che hanno coinvolto vari attori, incluso Huawei, ora esclusa da incontri con la Commissione.
Nei primi sei mesi del 2025, i rappresentanti delle Big Tech hanno dichiarato 146 incontri ufficiali con funzionari della Commissione europea, con l’intelligenza artificiale – e in particolare il discusso codice di condotta per il settore – al centro dei colloqui. In Parlamento, le riunioni con i lobbisti tecnologici sono state 232.
Lobbying e trasparenza: un equilibrio ancora fragile
Le regole sulla trasparenza degli incontri tra lobby e funzionari europei si sono rafforzate negli ultimi anni, ma secondo gli osservatori restano lacune in termini di controllo e responsabilità. Le aziende, dal canto loro, difendono il proprio ruolo come contributo alla comprensione delle complessità del settore.
L’intensificarsi del lobbying delle Big Tech a Bruxelles riflette una battaglia sempre più strategica: quella per mantenere un’influenza diretta sulla definizione delle regole che plasmeranno il futuro digitale europeo, conclude Politico.
Mark Zuckerberg, Jeff Bezos, Sundar Pichai and Elon Musk – foto LaPresse












