Il 37% degli adulti non comprende testi complessi, secondo l’Ocse. Università sotto finiziate e lauree svalutate frenano l’ascensore sociale
LOBBY D’AUTORE – Prima Comunicazione, Settembre-Ottobre 2025
Ci chiediamo spesso perché manchi in Italia una vera opinione pubblica. O perché abbiano così scarso successo sui media mainstream i programmi culturali, o comunque impegnati. O ancora, perché tanti italiani siano vittime di truffe. A tutte queste (e molte altre) domande è possibile dare una risposta analizzando i dati di ‘Education at a Glance 2025’, il Rapporto annuale dell’Ocse sullo stato dell’istruzione nel mondo. L’Italia ne esce terribilmente malconcia, soprattutto perché affetta (storicamente) da una ‘patologia’ di cui troppo poco si parla: l’analfabetismo funzionale.
Il dato è oggettivamente impressionante: il 37% dei 25-64enni italiani ha competenze di comprensione e scrittura di testi a livello elementare o inferiore (contro una media Ocse del 27%). Milioni di italiani sono in grado di comprendere soltanto testi brevi che adoperano un vocabolario semplice: non sono in grado di leggere un libro di saggistica e neanche di narrativa, non riescono a capire il testo di un contratto, faticano a comprendere le notizie di attualità in materia di economia o di geopolitica. Sono soggetti ‘deboli’ e svantaggiati: tutte le loro scelte più rilevanti – dagli investimenti ai consumi, alla politica – rischiano seriamente di essere ‘inconsapevoli’.
Incredibilmente, nella categoria degli analfabeti funzionali in Italia rientra il 16% dei laureati: uno su sei. Questo dato getta luce su un’altra ‘patologia educativa’ che affligge il nostro Paese: il valore troppo basso della laurea, sotto molti profili. Perché in Italia abbiamo pochi laureati: solo il 32% dei nostri giovani tra i 25 e i 34 anni riesce a tagliare il traguardo della laurea (con una netta prevalenza delle donne rispetto agli uomini), contro una media Ocse che sfiora il 50%. E chi ce la fa, guadagna in media troppo poco: soltanto un terzo in più di chi ha il diploma. Negli altri Paesi avanzati questo delta è molto più ampio a favore dei laureati, che guadagnano in media oltre il 50% in più dei diplomati. Pesa sicuramente la scelta delle facoltà universitarie: in Italia più di uno studente su tre si laurea in ambito umanistico o sociale (36% contro il 22% della media Ocse), mentre negli altri Paesi avanzati i due ambiti più popolari sono le lauree Stem (scienze, matematica, ingegneria o informatica) ed economia o giurisprudenza (23%).
Il basso valore della laurea in Italia emerge anche su un altro versante, quello delle risorse investite ogni anno dallo Stato in quest’ambito. All’università nel nostro Paese è destinata una spesa pubblica pari soltanto allo 0,6% del Pil. Quasi la metà che in Francia e Germania, dove la spesa pubblica per gli atenei si attesta sull’1,1% della ricchezza prodotta ogni anno. Oltre che insufficienti, le risorse pubbliche in ambito universitario sono distribuite male: quasi l’80% sono attribuite alle università sulla base di criteri quantitativi ‘standard’ (come il numero di studenti iscritti), mentre è marginale la quota di finanziamenti pubblici che risponde a criteri di qualità ‘premiali’, come il livello delle attività di ricerca o l’efficacia degli sbocchi occupazionali.
A complicare ulteriormente la situazione, il Report Ocse evidenzia, con la ferocia dei numeri, che l’ascensore sociale in Italia è fermo al piano terra: ciò rende la laurea una ‘questione di famiglia’. Da noi i giovani più svantaggiati, quelli che provengono da famiglie con un basso tasso d’istruzione (fino alla terza media), devono scalare una montagna sotto il profilo dell’istruzione: solo il 15% di loro riesce a laurearsi.
Gli abitanti della patria mondiale della cultura, dunque, soffrono di un deficit grave di cultura. Un paradosso che andrebbe eliminato al più presto.


















