La postura della superbia e l’apnea della democrazia

Condividi

L’umiliazione, legittimata nelle stanze del potere, diventa moltiplicatore emulativo e diseducativo. Come insegna Trump

COMUNICAZIONE POLITICA – Prima Comunicazione, Settembre-Ottobre 2025

Due immagini, diffuse con orgoglio dall’amministrazione americana, raccontano più di molti editoriali. In un’epoca in cui la comunicazione politica è sempre più costruita, la postura dei protagonisti diventa sostanza: segna rapporti di forza, orienta percezioni, legittima gerarchie.
La prima fotografia è quella dell’incontro sull’Ucraina alla Casa Bianca tra Donald Trump e i leader europei, con Volodymyr Zelensky presente. Dopo il vertice attorno a un tavolo rettangolare, la scena che viene consegnata al mondo è quella della Sala Ovale. Trump siede dietro la scrivania presidenziale; di fronte, a semicerchio, i principali capi di governo europei, il segretario generale della Nato e il leader ucraino. Alla sua sinistra, una lavagna, con cartina dell’Ucraina, completa il quadro: un maestro che impartisce nozioni, un gruppo di scolari che ascolta. L’immagine, scelta e diffusa con calcolo, non è un dettaglio di protocollo, ma un messaggio di potere.
L’ostentazione è palese: l’ospite che si pone come padrone e gli altri ridotti a comparse. È un linguaggio simbolico, antico quanto il potere stesso. Luigi XIV, il re Sole, faceva attendere gli ambasciatori per ore prima di riceverli, proprio per affermare distanza e dominio. Stalin disponeva i tavoli dei ricevimenti in modo da costringere gli invitati a un percorso di riverenza. Putin cominciò i primi colloqui sull’Ucraina posizionando sé stesso e gli ospiti agli estremi di un tavolo per sancire la profondità della distanza. La scenografia diventa politica, la postura diventa contenuto.
Proiettiamo la scena su un problema più ampio: come posso risultare credibile se condanno l’arroganza fisica e il bullismo nelle relazioni o banalmente nelle scuole, quando poi lo stesso meccanismo lo vedo praticato ai vertici della politica mondiale? La logica dell’umiliazione, se legittimata nelle massime stanze del potere, diventa moltiplicatore emulativo e diseducativo. Non reagire a queste rappresentazioni significa accettare una pedagogia rovesciata: il messaggio subliminale che l’abuso di posizione sia legittimo, che la forza coincida con l’autorità. È un cortocircuito educativo prima ancora che diplomatico.

L’illusione del capitalismo libertario

La seconda immagine che colpisce è quella della cena con i padroni della Silicon Valley. I protagonisti dell’innovazione digitale, nati dalla controcultura hippie e dalla ribellione al gigantismo impersonale di Ibm, siedono oggi in deferente ascolto del potere politico. Da visionari della libertà individuale sono divenuti funzionari di un ordine nuovo, pronti a piegare le proprie aziende – e i loro manager – a strategie militari un tempo rifiutate. La Silicon Valley, che celebrava Steve Jobs e la creatività anarchica, oggi applaude compunta a Washington.
Eppure la ricchezza, ci hanno sempre detto, garantisce dignità e autonomia: chi possiede risorse può permettersi di restare libero. Invece, questi uomini tra i più ricchi del pianeta si mostrano docili, pronti ad assecondare il clima d’emergenza. Un paradosso che smaschera l’illusione di un capitalismo libertario e mortifica il rapporto tra potere economico e potere politico. Vale la pena ricordare che molti di loro sono cresciuti in ambienti dove ‘question authority’ era il mantra. Oggi lo slogan sembra capovolto: ‘serve authority’.
Si dirà: in tempi incerti, le democrazie hanno il diritto di rafforzarsi, anche ricorrendo a strumenti eccezionali. Ma quando il rafforzamento si traduce in posture autoritarie e in simboliche genuflessioni, il rischio è che la libertà si svuoti dall’interno. Si crea così un cortocircuito: l’Occidente proclama i principi che lo hanno fondato, mentre li incrina proprio nel momento in cui li dovrebbe difendere.
Il paradosso è che più ci si dice impegnati a proteggere il ‘mondo libero’, più si restringono gli spazi di libertà reale. E non per via di censura diretta, ma per una progressiva normalizzazione di atteggiamenti emergenziali. Ogni emergenza diventa pretesto per introdurre regole eccezionali che poi restano. È la logica dello stato di eccezione permanente: un lento avvitamento culturale che rischia di condurre non a ‘cose nuove e migliori’, ma a una società meno aperta, più timorosa e più controllata.
La democrazia soffoca raramente con un colpo di Stato. Più spesso muore di apnee, piccoli silenzi che diventano consuetudine. E le immagini che scegliamo di mostrare – quelle foto pensate per segnare la memoria collettiva – ci dicono che forse abbiamo cominciato a trattenere il respiro.