(Foto Ansa)

Audiovisivo in allarme per i tagli in manovra: a rischio posti e fallimenti

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Anica, Apa e Cna in una conferenza congiunta hanno espresso la loro preoccupazione per gli interventi e le riduzioni che interesseranno il settore dal 2026. Ma dai lavoratori arrivano accuse di ipocrisia

Il taglio ai fondi per il cinema in manovra e la crescente insicurezza sul credito d’imposta allarmano l’industria dell’audiovisivo. L’occasione per parlarne è stata una conferenza stampa congiunta alla Casa del Cinema di Roma con Chiara Sbarigia, presidente di Apa, e Gianluca Curti, presidente di Cna Cinema e Audiovisivo.

Occupazione a rischio

“Prevediamo grandissimi impatti occupazionali, un rischio di fallimenti a catena di imprese anche rilevanti e la quasi scomparsa di una parte importante del settore”, ha avvertito Alessandro Usai, presidente di Anica, con “a repentaglio l’esistenza di tutte le produzioni del 2026, che siano grosse, medie o piccole”. “Applicate così come sono scritte – ha aggiunto Usai – le proposte causerebbero una crisi di produzione e occupazionale che non ha precedenti”.
Secondo Sbarigia il rischio è la perdita del posto per “oltre 50mila lavoratori intermittenti nella produzione audiovisiva”.

Nel comparto sono tantissimi gli occupati a progetto, che perciò se i set non partono rimangono a casa: “Ci sono falegnami, autisti, elettricisti, sartorie, lavoratori nell’industria del doppiaggio, dell’esportazione, dell’importazione e distribuzione in sala, dell’esercizio, dei festival – ha ribadito Curti -. Un organismo come il nostro va accompagnato, sostenuto. Capiamo che la congiuntura economico-finanziaria è molto fragile, ma chiediamo di concordare insieme le tempistiche. Il ciclo industriale nel nostro sistema è molto lungo. Chiediamo di poterci sedere attorno a un tavolo per ragionare a scaglioni, una parte nel 2026, nel 2027, e poi magari una finalizzazione del tutto a partire dal 2028. Questo garantirebbe una capacità di programmazione indispensabile per continuare, garantendo i posti di lavoro di settore e filiera”.

‘Regno d’incertezza’ per il tax credit

In particolare, sul tax credit “pochi casi di malutilizzo dei fondi pubblici sono diventati l’emblema di un settore che occupa 124mila persone – ha ricordato il presidente di Anica – e che ha raggiunto obiettivi molto importanti”. Il credito d’imposta “non a caso è adottato in tutti i Paesi che hanno un’industria audiovisiva sviluppata”, ma “la norma prevista in finanziaria dice sostanzialmente che questo strumento dal 2026 entra in un regno di totale incertezza, perché è previsto un ammontare complessivo di credito d’imposta che non è definito e non c’è la certezza che a fine corsa ci siano i soldi. Quindi chiunque faccia questo mestiere dovrebbe affrontare il set di un film o una serie senza sapere se su quella percentuale di copertura del budget, che arriva dopo, possa fare affidamento oppure no”.

Con il governo “in realtà uno scontro non c’è mai stato – ha poi dichiarato Sbarigia – e quindi noi siamo rimasti abbastanza sorpresi del taglio. Riteniamo che sia stata fatta una valutazione non sufficiente sul suo impatto” in un comparto che tra l’altro “ha vissuto una crescita in controtendenza rispetto ad altri settori industriali, che ora rischia di essere bloccata”.
Quello che chiedono le associazioni perciò è di “essere auditi entro il 14 novembre”, ha concluso Curti, “non c’è molto tempo, ma non è finita finché non è finita”.

Proteste dei lavoratori

Le dichiarazioni delle tre associazioni hanno trovato una dura accoglienza nelle file di ‘Siamo ai titoli di coda’, movimento spontaneo che riunisce i lavoratori dell’audiovisivo. Tanto da definirne le parole “un esercizio di cinica ipocrisia e lacrime di coccodrillo”.
“Ascoltiamo oggi la denuncia delle ‘conseguenze potenzialmente devastanti’ e il rischio per le ‘fasce più deboli’ ma non riusciamo a dimenticare e ci chiediamo: dov’erano queste associazioni negli ultimi due anni quando la crisi era già sistemica? Hanno usato le maestranze come carne da macello e merce di scambio, accettando passivamente un modello produttivo che ha devastato il tessuto produttivo indipendente, la struttura culturale e persino quella occupazionale, tutti fattori che hanno creato questa precarietà”, ha affermato il movimento. L’accusa alle associazioni è quella di “utilizzare ora i lavoratori come future vittime sacrificali per difendere i propri interessi, senza però mettere al centro le reali priorità di chi lavora”. “Abbiamo già vissuto due anni di crisi, e dal 2026 si prospetta una ecatombe per la quale ci usano come scusa. Invece di denunciarla solo in chiave finanziaria, perché non chiedono immediatamente tutele concrete per i lavoratori? Vogliamo un welfare robusto e il rinnovo dei contratti, fermi inspiegabilmente al 1999. Basta subire regole e condizioni di un quarto di secolo fa. Chiediamo fatti, non ipocrite messe in scena”, hanno aggiunto.
Da qui l’invito alle associazioni a trasformare il “confronto” citato in un’azione decisa per un nuovo modello industriale, fondato su diritti, tutele e salari dignitosi, anziché limitarsi a difendere lo status quo dei finanziamenti.