Jannik Sinner (foto LaPresse)

La solitudine del numero uno

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Quando sei il numero uno al mondo, ogni parola pesa. Jannik Sinner lo sta imparando sulla propria pelle, tra la rinuncia alla Coppa Davis che ha fatto discutere e la frase sull’orgoglio di essere italiano che ha innescato la lettera degli Schuetzen altoatesini. Due episodi che raccontano la difficoltà di gestire la comunicazione quando si è esposti a 360 gradi.

I dati sul sentiment online mostrano un quadro generalmente favorevole: 76% di commenti positivi dopo Wimbledon, una fanbase da 125mila follower sui social. Ma la strategia comunicativa si è strutturata solo da novembre 2024, con l’ingresso nel team di un social media manager. Prima, Sinner aveva dichiarato di preferire vivere senza social network perché “non sono la vita reale”.

La gestione della comunicazione per un campione globale richiede equilibri delicati. Roger Federer, Rafael Nadal, Carlos Alcaraz hanno costruito la propria immagine con strategie precise: Federer elegante e diplomatico, Nadal autentico e popolare, Alcaraz giovane e social-friendly. Sinner ha scelto una strada diversa: minimale, riservato, poco incline alle performance mediatiche. Una scelta che funziona nei momenti positivi ma diventa critica quando arrivano le polemiche.

Il caso degli Schuetzen è emblematico. Una frase spontanea su identità e appartenenza – temi sensibili in Alto Adige – diventa un caso politico. La risposta? Il silenzio. Nessuna replica, nessun chiarimento. Una strategia che può funzionare sul breve termine ma che lascia aperte interpretazioni contrapposte.

Sinner ha spiegato pubblicamente: “So di avere l’immagine di uno che non sorride molto, ma nella vita reale non sono così. La gente mi conosce solo come tennista, non conosce la mia vita reale”. Il tentativo di aprirsi è recente, con l’apertura del canale YouTube e una presenza più strutturata sui social. Ma resta il nodo: come comunicare quando ogni parola può essere fraintesa, strumentalizzata o attaccata?

I numeri dicono che Sinner è un brand potente, con contratti da oltre 30 milioni l’anno. Ma la comunicazione non è solo questione di follower o sentiment positivo. È gestione delle aspettative, delle identità, delle appartenenze.

La Federazione, che lo ha difeso pubblicamente per la rinuncia alla Davis con una comprensione mai riservata ad altri giocatori in passato, ha contribuito a costruire attorno a lui un’aura di intoccabilità che rende ogni scivolone comunicativo ancora più rumoroso. Quando sei il numero uno, non puoi accontentare tutti. E quando ti proteggono troppo, ogni parola pesa il doppio.