La nota giornalista mette in guardia sul profondo effetto che gli attacchi alla stampa hanno sull’intera società, e invita ad una azione di resistenza collettiva in cui “una stampa forte, vivace e indipendente può garantire una democrazia sana”.
Nel discorso di apertura al gala del CPJ, the Committee to Protect Journalists, Christiane Amanpour, corrispondente internazionale di Cnn e conduttrice di trasmissioni di approfondimento su Cnn e Pbs, ha denunciato la crescente minaccia alla stampa libera non solo negli Stati Uniti, ma anche in molte altre parti del mondo.
Nel ricostruire gli eventi che hanno portato alla situazione attuale la giornalista fissa una data precisa: “Nel novembre del 2016, poco dopo una vittoria presidenziale senza precedenti, avevo avvertito del pericolo di un’irruzione senza precedenti contro la stampa. Proprio come fanno gli autocrati e i democratici illiberali all’estero”.
La reporter, che secondo la rivista Forbes è una delle corrispondenti più influenti al mondo, sostiene che l’America che “dovrebbe essere la terra della libertà e la casa dei coraggiosi”, non garantisce un ambiente “sicuro, professionale e rispettoso” ai propri giornalisti, e alle proprie giornaliste attaccate in più occasioni con epiteti offensivi, come il caso della scorsa settimana della giornalista di Bloomberg, che si è sentita dare della “maialina” dal presidente, e di quella del New York Times, ieri definita “brutta fuori e dentro”.
La stampa come pilastro della democrazia
Amanpour ha ribadito il ruolo fondamentale che il giornalismo svolge all’interno della società: “Siamo un pilastro vitale della società civile”, perché, “nonostante questo maltrattamento della stampa”, “il bisogno di un giornalismo reale che tenga i potenti sotto controllo” rimane essenziale per garantire una democrazia sana e funzionante.
La violenza contro i giornalisti in zone di guerra
Uno degli aspetti più drammatici affrontati da Amanpour, – che divenne famosa per la sua copertura della Guerra del Golfo nel 1990, e poi della Guerra in Bosnia ed Erzegovina e di diversi altri conflitti – , è la violenza a cui i giornalisti sono esposti in queste circostanze. Nel corso dell’ultimo anno, più di 60 giornalisti sono stati uccisi finora a Gaza, e, nonostante ciò, – denuncia Amanpour – giornalisti e reporter internazionali sono ancora impossibilitati ad accedere alla regione per fare il proprio lavoro, a causa della repressione e del conflitto.
A livello internazionale il 2024 è stato l’anno con più morti per i giornalisti, che il Comitato per la Protezione dei Giornalisti abbia mai documentato, e il numero dei morti di quest’anno è quasi altrettanto alto.
L’attacco alla libertà di stampa negli Stati Uniti
Anche la situazione interna dell’America è critica per le difficoltà che i giornalisti incontrano nell’esercitare liberamente il proprio lavoro, a causa delle azioni dell’amministrazione americana.
Tra i casi citati dalla reporter ci sono Mario Guevara, giornalista salvadoregno arrestato per strada mentre documentava una manifestazione No Kings, poi consegnato alla polizia anti immigrazione e infine deportato senza giusto processo; i reporter dell’Associated Press e del New York Times, che si sono opposti alle pressioni e intimidazioni governative; e i giornalisti britannici e turchi arrestati per aver criticato la politica estera di Trump
La resistenza del giornalismo contro la censura
Nonostante le ripetute minacce, Amanpour ha lodato la resistenza dei giornalisti che si rifiutano di cedere alla censura, come ad esempio i giornalisti di difesa che hanno scelto di perdere i propri spazi al Pentagono piuttosto che rispettare il divieto di pubblicare informazioni non ufficiali.
A sottolineare l’assurdità del tentativo del governo di punire i propri stessi reporter Amanpour ha citato il tweet del giornalista veterano Paul Farhi: “La Casa Bianca vieta alla stampa della Casa Bianca di entrare, sì, negli uffici della Casa Bianca”, e ha invitato tutti i colleghi a resistere uniti: “Dobbiamo tutti unirci e farci sentire, vedere e sentire in questa lotta”.
Secondo la giornalista, l’attacco alla stampa infatti non è solo un attacco ai singoli professionisti, ma a tutta la società. “Un attacco a uno è un attacco a tutti”, ha affermato, sottolineando come le politiche di censura e repressione interessino ormai sempre più paesi.
Foto (Ansa): Cristiane Amanpour


















