La scomparsa di Nicola Pietrangeli non riguarda soltanto il tennis, ma, come hanno riconosciuto molti commentatori, riguarda un pezzo della nostra identità sportiva e culturale.
Pochi atleti italiani hanno avuto, già in vita, il privilegio di vedere il proprio nome scolpito nella memoria collettiva al punto da essere associato a un luogo fisico, simbolico, permanente: lo Stadio Nicola Pietrangeli al Foro Italico. Un unicum nel panorama sportivo nazionale, e insieme un riconoscimento quasi romano – nel senso più classico del termine – alla grandezza.
Pietrangeli era un personaggio totale, uno sportivo, comunicatore naturale, presenza scenica prima ancora che atleta.
Insieme a Lea Pericoli formava una coppia iconica di eleganza, ironia, spirito competitivo e un modo di stare davanti alle persone che anticipava l’idea stessa di ‘brand personale’, molto prima che diventasse un concetto codificato.
Un tema che riguarda maggiormente i temi della nostra testata è il canale SuperTennis. Un progetto che, retrospettivamente, appare inevitabile ma che all’epoca richiedeva quella combinazione di credibilità e fiducia che figure come Pietrangeli e Pericoli hanno saputo generare.
Sul piano sportivo, molto è stato già detto dai trionfi al Roland Garros agli Internazionali d’Italia e la leadership nella Coppa Davis. Ma sul piano comunicativo Pietrangeli ha rappresentato qualcosa di ancora più raro ovvero un personaggio capace di creare racconto attorno al tennis italiano, di renderlo popolare senza semplificarlo, di farne un linguaggio riconoscibile anche da chi non seguiva il circuito con attenzione.
Oggi, mentre il Paese lo saluta, è evidente quanto il suo contributo abbia anticipato la modernità. Pietrangeli era un media in sé, un amplificatore naturale, un ambasciatore istintivo di valori e di stile. E lo stadio che porta il suo nome non è solo un omaggio, è il segno che il sistema sportivo italiano ha riconosciuto in lui un uomo capace di unire performance, narrazione e identità.
Per questo la sua assenza pesa. Ma pesa come pesano le figure che hanno già lasciato tutto scritto, tutto inciso, dentro e fuori dal campo. L’uomo che trasformava ogni conversazione in racconto, ogni gesto in segno, ogni incontro in un frammento di storia.












